Così Trump è costretto a “vincere” contro l’Iran facendo marcia indietro
Poco sagacemente il presidente Usa riteneva che lo strapotere militare americano, unito a quello israeliano, potesse mettere alle corde il nemico

Infilatosi nella trappola persiana, Trump cerca la sua catabasi prima che epica si riveli, più che la furia, la disfatta. Certamente non quella militare, sicuramente quella politica.
Poco sagacemente, The Donald riteneva che lo strapotere militare americano, unito a quello israeliano, potesse mettere facilmente alle corde l’Iran che, prevedibilmente, ha reagito con l’unica arma a disposizione: l’allargamento del conflitto agli alleati Usa nel Golfo, bloccando, ma solo per i nemici, lo stretto di Hormuz, facendo salire il prezzo del petrolio, evocando l’incubo della stagflazione.
Così, mentre Israele continua la sua guerra nella guerra nell’intento di ridisegnare a proprio favore l’intero equilibrio regionale – ora tocca al Libano –, gli Usa chiamano a raccolta alleati, e persino il competitore strategico Cina, per assicurare la navigabilità di Hormuz.
Situazione davvero problematica se l’America si ritrova a sollecitare, tra gli altri, i membri europei della Nato, esortandoli a aderire, pena “gravi conseguenze”, a una missione mirata a porre fine al blocco della navigazione negli stretti: tanto più che gli Usa sono entrati nel conflitto senza nemmeno consultarli. Scelta, quella del coinvolgimento in simile operazione, che, come ha precisato Teheran, collocherebbe automaticamente gli europei nel campo dei belligeranti. Non a caso dalle principali cancellerie vengono dei No.
Quelle che alla Casa Bianca sono già dipinte come le idi di marzo trumpiane, con “congiurati” Londra, Berlino, Parigi, forse persino la perennemente, e più che mai imbarazzata, “equidistante” Roma, hanno appiglio formale nel fatto che il Medioriente non è teatro operativo Nato. Constatazione che non attenua la frattura tra le due sponde dell’Atlantico.
La realtà è che risulta difficile andare a sostegno di un alleato inaffidabile che ha scaricato, senza troppe remore, l’esito del conflitto più su quelli che erano un tempo i suoi partner, che sulle potenze con cui afferma di voler competere, che dalla guerra escono, almeno per ora, rafforzate. La Cina continua a importare petrolio iraniano; la Russia, esentata dalle sanzioni perché venda il suo oro nero “ al fine di calmierare i prezzi”, aumenta le proprie entrate e vede dirottare altrove le risorse occidentali destinate all’Ucraina.
Non stupisce, dunque, che, consapevoli della trappola persiana, gli europei insistano sulla ricerca di una soluzione diplomatica. Lasciando semmai qualche spiraglio al rafforzamento, senza alcun cambio di mandato, della missione Aspides nel Mar Rosso, dove più che i pirati si temono gli Houthi alleati degli iraniani, che potrebbero bloccare Bab el Mandeb, la porta per Suez.
Che l’Iran non fosse il Venezuela, lo sapevano tutti: fuorché il solipsista Trump , che ora deve proclamare “vittoria piena” facendo marcia indietro. Un esercizio non facile nemmeno per un prestigiatore come lui.
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