L’Italia che non sa crescere è finita nella trappola del debito per finanziare l’emergenza

Chiedere flessibilità alla Ue non basta: servono programmi e investimenti. Il differenziale di prezzo dell'energia rispetto a Francia, Spagna o Germania è il prodotto di scelte e non-scelte accumulate in vent'anni

Paolo CostaPaolo Costa
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la presidente del Consiglio europeo Ursula Von Der Leyen
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la presidente del Consiglio europeo Ursula Von Der Leyen

Un altro anno di crescita del PIL italiano dello zero virgola: 0,5% per il 2026. Certificato dall’Unione Europea proprio mentre le chiediamo margini di flessibilità fiscale (l’autorizzazione ad un disavanzo 2026 superiore al 3%). E non per correggere la deriva del PIL, ma per fronteggiare l'emergenza del momento, come l’Italia ha fatto e continua a fare ciclicamente. Ieri era la pandemia, poi il caro-energia post-invasione ucraina, oggi è di nuovo il prezzo dell’energia.

Cambia il nome dell'emergenza, ma non cambia mai la logica: contrarre debito aggiuntivo, a carico delle generazioni future, per tamponare un problema presente. Una logica che contiene una contraddizione che il governo, non solo quello in carica per la verità, si rifiuta di riconoscere e quindi di affrontare.

Eppure, è evidente che il differenziale di prezzo dell'energia rispetto a Francia, Spagna o Germania non è un evento esogeno: è il prodotto di scelte e non-scelte accumulate in vent'anni.

Il ritardo sulle rinnovabili, l'assenza di una strategia sul nucleare, la dipendenza dal gas senza un piano di uscita, i tempi autorizzativi che scoraggiano gli investimenti: un fallimento di politica energetica, non una calamità naturale. Anche questa volta dunque non chiediamo flessibilità per finanziare un piano circostanziato che rimuova le cause dell’emergenza di turno, né siamo alla ricerca di "debito buono" per investimenti capaci di alzare il PIL potenziale — infrastrutture, capitale umano, ricerca — debito che si ripaga attraverso la crescita che genera. Ciò che l'Italia chiede continua ad essere l'opposto.

Flessibilità per finanziare trasferimenti — bonus, crediti d'imposta, sconti in bolletta — che sostengono il reddito nel breve, ma non modificano la capacità di produrre reddito nel medio. Sostegno della domanda oggi senza nessun effetto sull'offerta domani. Il rapporto debito/PIL è una frazione.

L'ossessione italiana — trasversale ai governi — è stata quella di agire sul numeratore: contenere il deficit, negoziare eccezioni alle regole europee. Ma se il denominatore non cresce, il rapporto non scende. E se il PIL potenziale italiano continua a crescere dello 0,5-0,7% annuo…

La contraddizione è doppia. Si chiede flessibilità per contrarre debito aggiuntivo, ma ogni punto di flessibilità ottenuto a Bruxelles peggiora il rapporto che si dichiara di voler migliorare. La chiave per migliorare il denominatore ha un nome tecnico: produttività totale dei fattori (TFP) che misura la quota di crescita del prodotto che non è spiegata dall'aumento delle quantità di capitale e lavoro impiegate.

A parità di fattori impiegati una impresa produrrà molto di più se può contare su una qualità superiore delle infrastrutture collettive, su una forza lavoro meglio preparata da scuole ed università di eccellenza, se la giustizia civile è efficiente, se la regolazione è prevedibile, se la pubblica amministrazione funziona, se l'accesso ai servizi finanziari è adeguato, e così via.Tutti beni pubblici o semi-pubblici che il mercato non produce. Un'azienda può dunque acquistare il miglior macchinario e impiegare la miglior manodopera, ma se il porto è inefficiente, la connessione digitale inadeguata, il contenzioso richiede anni, i lavoratori qualificati emigrano, quell'investimento renderà una frazione del possibile.

La TFP è la misura sintetica della qualità dell'ambiente collettivo in cui si svolge l'attività economica, e la sua crescita è innanzitutto una responsabilità pubblica. Che oggi vuol dire di i una politica economica che abbia il coraggio di dotarsi di una politica industriale che si regga su due gambe. La prima è uno scenario di lungo periodo da condividere.

Uno Stato che affronta transizioni veloci — digitale, energetica, demografica — deve indicare con chiarezza la direzione di marcia: dove investirà, quali traiettorie considera prioritarie, quale struttura produttiva immagina tra dieci anni. Non pianificazione centralizzata, ma costruzione di aspettative stabili che orientino le decisioni decentrate. Se un'impresa sa che lo Stato investirà nelle infrastrutture di ricarica elettrica, il suo calcolo sull'elettrificazione cambia. Se una famiglia sa che il mercato del lavoro premierà le competenze digitali, investirà in formazione anziché nel risparmio precauzionale.

Lo scenario condiviso agisce sulle aspettative e, attraverso queste, sulla domanda e sulla formazione di capitale. La seconda gamba sono gli investimenti pubblici nei capitali collettivi: :capitale fisico (infrastrutture), umano (competenze e salute), intangibile (ricerca e innovazione), sociale (fiducia istituzionale), finanziario (accesso al credito) e naturale (risorse e resilienza territoriale).

Ciascuno è una determinante diretta della TFP: la loro accumulazione alza la produttività a parità di capitale privato e lavoro impiegati. La connessione con il debito pubblico è diretta: più TFP significa più PIL potenziale, più PIL potenziale significa più reddito prodotto e un denominatore che cresce, e un denominatore che cresce riduce il rapporto debito/PIL senza austerità.

La mancata attivazione di questo circolo virtuoso dà, purtroppo, la misura del fallimento del PNRR: partito per rimuovere ostacoli strutturali finito per finanziare in gran parte spesa corrente camuffata da investimenti. La trappola nella quale è caduto il PNRR e della quale è vittima la prosperità italiana. -la produttività che aumenta il reddito potenziale --è purtroppo di natura politico-.istituzionale.

Una politica industriale esplicita produce vincitori e perdenti: indicare priorità significa che qualcosa non è prioritario, e chi ne è escluso si organizza per resistere. Il sistema italiano di rappresentanza — corporazioni settoriali, equilibri territoriali — è strutturalmente ostile a ogni scelta allocativa dichiarata. Il risultato è una politica industriale implicita e senza condizionalità: il superbonus come sussidio all'edilizia senza selezione di efficienza, la flat tax senza legame con la produttività, i bonus energia senza strategia di transizione. Sempre consenso nel breve, mai capacità produttiva nel medio periodo. La domanda vera non è "quanta flessibilità ci serve" ma "flessibilità per fare cosa". Se la risposta è finanziare trasferimenti che compensano un'emergenza senza rimuoverne le cause, la flessibilità è un'altra rata della trappola.

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