Siamo un Paese che sottovaluta la conoscenza
Dal Rapporto annuale dell’Istat emerge una fotografia in chiaroscuro dell’Italia, incapace di scommettere sul proprio futuro

Il Rapporto annuale dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) è alla sua 34^ edizione. È sia una fotografia socio/economica che anche un’analisi sia macroeconomica che produttiva dell’evoluzione del Paese. Nel farlo sottolinea l’importanza del fattore conoscenza, un asset strategico incorporato nel capitale umano. Tant’è che, come si evince dalla presentazione del Presidente dell’Istituto prof. Chelli, la conoscenza fa da filo conduttore del Rapporto.
D’altronde, l’economia del sapere è la frontiera del futuro. Venendo al quadro macroeconomico, per l’Istat si potrebbe parlare di “bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto”. Nel senso che, nonostante il Pil nel primo trimestre abbia un minimo segno positivo, vi è “prevalenza di rischi al ribasso”. È l’incertezza geopolitica che pesa. La speranza è che l’Italia almeno stia sui risultati del 2025.
All’Istat preoccupa la produzione industriale, in miglioramento ma “fiacca”. Meglio i servizi e le costruzioni, grazie al Pnrr. Si è detto del peso del fattore cognitivo. Lo si vede in particolare quando il Rapporto, disaggregando l’industria per settori, fa emergere quanto la sua scarsità limiti la crescita. Infatti, per l’Istituto di Statistica nell’industria le imprese che hanno sofferto di più – oltre a quelle ad alta intensità energetica – sono quelle meno performanti tecnologicamente.
Questo perché per il Rapporto esse “risultano più vulnerabili agli shock sui costi e alla concorrenza globale”. Per i decisori pubblici e privati è un ulteriore richiamo dell’Istat al ruolo decisivo della conoscenza. Del resto evidente in ambito ambientale. Dove, in positivo, l’Istituto rispetto al passato rileva un’economia maggiormente attenta all’efficienza energetica e, più in generale, ambientale.
L’Istat lo sottolinea in positivo con un’espressione particolare: “disaccoppiamento tra sviluppo economico e pressione ambientale”. Purtroppo però nel Paese il ricorso al fattore conoscenza resta troppo scarso. Si tratta di una carenza che ne limita la crescita economica. Difatti avvenuta più per aumento delle ore lavorate che per maggiore produttività del lavoro. Questo in parte dipende dalla frammentazione eccessiva del tessuto produttivo italiano.
Ma per l’Istituto la variabile critica è la poca componente intensiva degli investimenti “legata alla ricerca, all’innovazione e al capitale immateriale”. Cioè è mancata una piena scommessa sul futuro. Inoltre, guardando alla macroeconomia, preoccupa l’inflazione che torna dopo la sua esplosione post covid, peraltro già frenata a fine 2023. La nuova spinta sui prezzi, che ad aprile mostra di accelerare rispetto al mese precedente, dipende, come detto, da shock geopolitici.
L’Istat ne teme gli effetti negativi. Cui aggiunge, essendo l’Italia un’economia aperta, la minaccia di progressiva “frammentazione dei mercati globali”. Il Rapporto, pertanto, da un quadro in chiaro/scuro del Paese. Nondimeno, guardano all’utilizzo del fattore conoscenza, il futuro appare preoccupante. Qui l’Istat ci mette in guardia.
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