La rivoluzione della lentezza: cosa ci lascia Carlo Petrini

È morto a 76 anni nella sua casa di Bra. Ha passato la sua vita ha raccontare come si difende il valore. Il Nordest uno dei territori a cui era più legato

 

Luca Ferrua
Carlo Petrini è morto a 76 anni nella sua casa di Bra
Carlo Petrini è morto a 76 anni nella sua casa di Bra

Che cosa ha fatto Carlo Petrini nella vita?
Ha mangiato, bevuto, e soprattutto pensato, immaginato. Creduto in un mondo diverso, ma dove la rivoluzione non stava nel cambiare, stava nel valorizzare quello che abbiamo.

Carlo Petrini, morto a 76 anni nella sua casa di Bra, in provincia di Cuneo, dove aveva sempre vissuto, ha passato la vita a spiegare che il futuro non nasce distruggendo le radici, ma imparando a riconoscerne il valore. Custodirlo. Difenderlo. Raccontarlo. In un tempo che correva sempre più veloce lui scelse la lentezza, ma non come nostalgia. Come atto politico, culturale, umano.

Tutto parte da Bra e dalle Langhe. Dalle cascine, dalle osterie, dalle campagne piemontesi. È lì che il giovane Carlin capisce che dentro il cibo non esiste soltanto il gusto, ma una civiltà intera. Nel recupero del “Canté j’euv”, l’antica tradizione contadina delle uova donate in cambio di canti nelle aie, c’è già tutta la sua idea di mondo: convivialità, comunità, memoria popolare.

Lo fece fondando prima Arcigola e poi Slow Food, movimento nato quasi come una provocazione culturale e diventato una delle più grandi reti internazionali legate al cibo, all’agricoltura, alla biodiversità e alla dignità del lavoro umano.

Oggi ci sembra naturale parlare di cibo locale, stagionalità, biodiversità, piccoli produttori, filiere sostenibili. Ma quarant’anni fa non era così. Quando il mondo parlava soltanto di crescita, velocità e consumi, Petrini parlava di terra, mercati, contadini, paesaggio, cultura gastronomica.

Poi arrivano la chiocciola di Slow Food, il Salone del Gusto, Cheese, Terra Madre, l’Università di Pollenzo. Ma soprattutto arriva un’intuizione che cambierà la cultura alimentare mondiale: i produttori diventano custodi del pianeta, i contadini non sono più figure marginali ma protagonisti culturali.

Fra i territori che Petrini ha amato di più c’era il Nord-Est. Il Veneto, il Friuli Venezia Giulia, le montagne di confine, i mercati di Trieste, le malghe friulane, le osterie veneziane, i vini del Collio, il radicchio tardivo. In quelle terre vedeva qualcosa che andava oltre la gastronomia: identità, dignità del lavoro, resistenza culturale.

Ma proprio perché le amava, non smise mai di entrarci in conflitto.
Per anni parlò del “modello Nord-Est” come di una terra straordinaria e insieme fragile, consumata dalla velocità, dal cemento, dall’ossessione produttiva. Difendeva i piccoli produttori ma criticava l’industrializzazione del vino e del cibo. Anche sul Prosecco ebbe  
il coraggio di dire cose scomode, distinguendo sempre il valore di un territorio dai rischi della sua trasformazione industriale.

Negli ultimi anni aveva capito che il mondo stava cambiando ancora. E come sempre cercava di anticiparlo. “Se Slow Food nascesse oggi il nemico non sarebbe McDonald’s ma Amazon”, disse a Terra Madre. Non era una provocazione. Era la fotografia di un nuovo tempo. Per Petrini il rischio più grande non era soltanto la cattiva alimentazione, ma la perdita della relazione umana dentro il sistema del cibo. La velocità trasformata in algoritmo, il consumo ridotto a consegna, il rapporto diretto fra produttore e consumatore cancellato dalle piattaforme globali.

Per questo invitava i giovani al boicottaggio come gesto di responsabilità. Perché mangiare, diceva, resta uno degli atti politici più potenti che l’uomo possa compiere ogni giorno.

La sua visione era diventata globale molto prima che lui diventasse un personaggio internazionale. Il rapporto profondo con Carlo d’Inghilterra, nato ben prima che diventasse re, racconta bene la forza del suo pensiero. I due parlavano di agricoltura, biodiversità, difesa della terra quando questi temi sembravano ancora marginali. Così come speciale era il legame con Michelle Obama, che aveva trovato nelle idee di Slow Food una chiave moderna per parlare di educazione alimentare, salute e futuro.

Petrini aveva la capacità rara di mettere allo stesso tavolo contadini piemontesi, intellettuali, papi, chef, attivisti e futuri sovrani senza mai perdere il legame con le osterie da cui tutto era partito.

Negli ultimi anni il suo pensiero si era intrecciato sempre di più con quello di Papa Francesco e con la Laudato si’: la terra non come risorsa da sfruttare, ma come organismo vivente da rispettare. Non più soltanto gastronomia, ma una visione del mondo.

Addio, Carlo Petrini.
Al mondo mancheranno le tue parole. E ancora di più il coraggio di dirle.

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