Se Giorgia Meloni teme l’ascesa di Vannacci

I partiti al governo devono contrastarlo e mostrarsi “duri e puri” sul terreno legislativo, ma senza rincorrerlo troppo

Carlo BertiniCarlo Bertini
Roberto Vanacci (foto Ansa)
Roberto Vanacci (foto Ansa)

Cosa vuol dire se Giorgia Meloni prova a non lasciarsi sfuggire di mano la bandiera della “Remigration”, fulcro della dottrina xenofoba del generale Vannacci? Solo un fremito dovuto allo spavento giustifica infatti il lancio nel vuoto, senza paracadute, di un “monstrum giuridico” nel fiume degli emendamenti al decreto sicurezza: quello per i rimpatri “spintanei” dei migranti, agevolati da avvocati compiacenti, premiati con un gettone d’oro per ogni scalpo consegnato alla dogana.

Norma che scardina il principio del diritto alla difesa e l’autonomia dei patrocinanti in tribunale, che non devono subire interferenze dai governi. Altro che farne una longa manus del Viminale per accompagnare all’uscita immigrati già esposti ad ogni soverchieria. Norma giustamente bloccata dalle sopracciglia alzate del presidente Mattarella.

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Con un finale da pochade goldoniana: il centrodestra varerà il decreto sicurezza (mettendo in imbarazzo il Quirinale che dovrà controfirmarlo) con l’articolo incriminato; e il governo il giorno stesso approverà un decreto che lo abolisce. Et voilà, una frittata perfetta. Che denota scarso rispetto del dettato costituzionale, scarsissimo rispetto dei diritti e nessun rispetto del decoro.

E allora, torniamo a monte: perché cadere nel ridicolo e farsi infilzare dalle opposizioni? Per paura di cosa? Per paura della Cosa, sarebbe meglio dire: ovvero di quel Vampiro del generale ultrasovranista, animale predatorio che succhia voti, prosciuga sangue e linfa vitale ad una destra edulcorata da anni di governo e di mediazioni.

Ogni giorno che scorre, Lui rosicchia punti, sale verso il 4 per cento e dice di puntare al 10...mentre la Lega scende verso il 6, FdI scivola al 26 dai fasti del 30 per cento dei tempi d’oro. Che sembrano lontani, dopo lo “schiaffo del soldato Donald” sul collo della premier e dopo lo schiaffo del referendum; e alla vigilia dello schiaffo più sonoro, quello che arriverà in faccia al paese dalla recessione causa guerra. Quindi meglio tornare agli antichi ardori.

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Peccato che il timore di essere scavalcati a destra fa compiere evidenti forzature ai due partiti depositari del marchio sovranista fino a sei mesi fa. A questa ne seguiranno altre, di qui a un anno tutte le perversioni della campagna elettorale avranno libero sfogo, ogni slogan sarà buono: Salvini punterà gli immigrati e l’Europa, Meloni martellerà la sinistra, ma Vannacci avrà un’arma in più. Si parva licet, ci sarebbe da paragonare il generale ai furbi Ayatollah che tengono sotto scacco il mondo con la leva dello stretto di Hormuz. Una piccola potenza ne tiene in pugno dieci, con un ricatto fenomenale.

Idem Vannacci, che quando minaccia Meloni e Salvini, “attenti, se non fate ciò che dico io, vado da solo”, li mette di fronte ad una sorta di “Scelta di Sophie”: il rischio di perdere le elezioni tra un anno e il rischio di non riuscire a governare questa scheggia impazzita se la facessero entrare nel centrodestra. Ma entrambi sanno quanto la vittoria alle politiche sarà ardua con Futuro Nazionale fuori dalla coalizione.

E sanno però come il profilo dell’alleanza verrebbe stravolto con Vannacci nel fortino a dettar legge. Quindi devono contrastarlo e mostrarsi “duri e puri” sul terreno legislativo, ma senza rincorrerlo troppo. Per non perdersi per strada una Forza Italia sempre più liberal, pro diritti e anti-russa. Non a caso Vannacci provoca: “Non possiamo occuparci di diritti umani e non comprare il gas da Putin”. E Giorgia giustamente trema.

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