La Caporetto degli algoritmi: il giorno in cui l’Ai si è spenta e ci ha lasciato soli
Blackout globale per ChatGPT, Gemini e Claude: ore di panico e paralisi lavorativa nel Villaggio Globale. Il crash simultaneo dei giganti della Silicon Valley svela la nostra fragilità e il volto oscuro dell'algocrazia. Se la macchina si ferma, siamo ancora capaci di pensare da soli? La lezione di un'apocalisse digitale annunciata

Visioni di un futuro possibile. Oggi ne abbiamo avuto una premonizione, degna di una cupa novella di Philip K. Dick. Per ore gli utenti di vari software di Ai generativa sono rimasti tra «color che son sospesi». Un down molteplice ha colpito ChatGpt, Gemini e Claude ai quattro angoli del Villaggio globale, generando molto panico e vari problemi lavorativi. Dalle corporation (OpenAi, Google, Anthropic) non sono arrivate comunicazioni formali né, men che meno, spiegazioni – un approccio in linea con l’opacità che, spesso, costituisce il modus operandi più diffuso di chi, per contro, dispensa a tutto spiano la retorica della trasparenza assoluta (richiesta agli utenti nel fornire i propri dati personali e nel regalare la propria privacy).
La densità e la gravità dei problemi variavano a seconda dell’area geografica, da malfunzionamenti di vario genere al mancato caricamento dello storico delle conversazioni, sino a difficoltà di attivazione della app o delle interfacce: il risultato complessivo è stato quello di una Caporetto dell’intelligenza artificiale a livello globale, che ha impiegato parecchio tempo prima di riprendere una parvenza di normalità.
E, dunque, verrebbe da dire, un presagio di quanto avverrà nuovamente, e su scala ancora più vasta; in un’epoca di guerre e millenarismo (come, tipicamente, tutte quelle di crisi) quanto avvenuto nelle scorse ore induce, sul piano simbolico, una sensazione di potenziale tecnoapocalisse.
Certo è, senza indulgere ai richiami del misticismo dell’Ai – alimentato da larga parte della stessa Silicon Valley –, che l’inatteso evento di ieri fa venire qualche brivido e suggerisce un po’ di inquietudine. A conti fatti, chi è rimasto danneggiato dal crash ha potuto rimediare rimboccandosi le maniche e sfoderando di nuovo quelle capacità cognitive che costituiscono il tratto distintivo del genere umano, e rispetto a cui quelle algoritmiche costituiscono “soltanto” una immane potenza calcolante e predittiva. Ma il senso di vuoto e la frustrazione generati dall’infausto accadimento evidenziano quanto l’algocrazia sia reale, e il ricorso (più o meno compulsivo) ai chatbot si sia convertito in prassi quotidiana per tanti.
La fantascienza distopica – che, da qualche tempo, abbiamo imparato sulla nostra pelle essere sempre di più, suo malgrado, una “scienza esatta” e anticipatrice – ci viene “in soccorso” (per così dire) anche in questo caso. La delega incessante alle macchine delle nostre attività è sicuramente comoda ed economica (in molti sensi), ma presenta rischi elevati. Specie se a possedere in via esclusiva i codici di tecnologie usate così massicciamente sono mega-aziende private.
Le società complesse trovano una delle problematiche per eccellenza proprio nella garanzia della difesa e del funzionamento a ciclo continuo delle loro infrastrutture (dall’esigenza di avere un’effettiva sovranità digitale alla continuità dei sistemi di intelligenza artificiale, per l’appunto).
La possibilità che si verifichi un blackout non è cessata, né potrà mai essere rimossa. Si chiama fragilità, e vale anche per quelle tecnologie che tendiamo a divinizzare con troppa leggerezza. E, dunque, quando la realtà bussa alle porte, cerchiamo di farci trovare pronti. O, quanto meno, non troppo delusi e dipendenti dai chatbot…
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