Ora che si è sganciata da Trump Giorgia è libera di attaccare l’Unione europea

Il ruolo di “ponte” con l’amministrazione Usa è diventato una palla al piede: meglio battagliare contro il Patto di stabilità

Carlo BertiniCarlo Bertini
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni(a destra), accoglie a Roma la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni(a destra), accoglie a Roma la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen

Certo, c’è chi la provoca: «altro che costruire ponti con Trump, ora Meloni è sospesa nel vuoto», dicono dalle parti di Matteo Renzi. Ma forse Giorgia Meloni, dietro la preoccupazione per la sponda del peso massimo dei sovranisti ormai venuta meno, avrà tirato in privato anche un sospiro di sollievo.

Per essersi liberata di una palla al piede, che negli ultimi mesi le ha portato solo sfortuna: dalla sconfitta al referendum sulla Giustizia, patita anche per la vicinanza al tycoon, all’imbarazzo per non aver potuto condannare il rapimento di Maduro in Venezuela e la guerra in Iran, illegittima e disastrosa per tutti, tranne che per Israele. Non è un caso che la rottura degli accordi con Tel Aviv sia avvenuta nello stesso giorno della rottura dell’asse con Trump.

E forse la perdita di una connessione sentimentale con il suo grande estimatore Maga non è frutto del caso: l’uno-due che ha provocato la polemica con Donald, scaturisce da una decisione sofferta, maturata nella giornata di lunedì. Per ore, la premier aveva esitato a condannare l’attacco scomposto al Papa, salvo poi bollarlo con quel termine “inaccettabile” invocato da tutti. Una bacchettata che, era prevedibile, ha provocato l’ira del presidente Usa. Dopo il botta e risposta, ora la premier potrà vantare di aver risposto a tono al tycoon: alcuni glielo riconoscono - «Meloni ha avuto coraggio a dire basta a quel pazzo», si compiace Calenda e anche Schlein la difende – altri come appunto Renzi, vedono l’inizio della fine di Giorgia: «Scaricata dal suo guru, il suo crollo è cominciato». Ma dopo questa “liberazione”, la leader Fdi potrà forse sperare in una ripresa di consensi nel paese, se non correrà a baciare la pantofola di Trump in segno di resa.

E c’è un altro segnale di autonomia ritrovata, che segna una voglia di affrancarsi dalla batosta referendaria: il pressing lanciato a Vinitaly da Meloni per sospendere il patto di stabilità europeo e poter sforare i rigidi parametri del deficit è qualcosa di più di un buffetto all’amica Ursula von der Leyen: è l’indicazione alle truppe di un nuovo/vecchio nemico da colpire al posto dei giudici, perché di un nemico c’è sempre bisogno per andare avanti; è un ritorno alle origini, una rinnovata battaglia contro i burocrati di Bruxelles, lenti e rigidi nel difendere l’austerity. Una battaglia fatta con le carte in regola da chi ha tenuto in questi anni i conti a posto, anche grazie ai miliardi del Pnrr, purtroppo esauriti.

Dunque, cosa c’è di meglio quando si è in difficoltà di cedere al richiamo della foresta? Specie se a destra c’è qualcuno che occupa lo stesso terreno di caccia, quel Matteo Salvini che, essendo partito prima con la sua crociata contro il patto di stabilità, si è portato avanti con uno slogan che fa presa: «Blocco del costo dell’energia per famiglie e imprese, al prezzo pre-guerra in Iran». L’Europa conceda subito una deroga al patto di stabilità, dice il Capitano.

E Giorgia, in questo caso, segue a ruota, sapendo di trovare terreno fertile e non sapendo che altro fare, adesso che non può più contare sul suo ruolo da pontiere tra Donald Trump e l’Europa. E anche le pacche sulle spalle con l’amica Ursula saranno un bel ricordo, se la commissione Ue non mollerà la presa sull’Italia. Insomma in un anno pre-elettorale, strappare risorse all’Europa o poter sforare i limiti per addolcire gli effetti di uno choc energetico pari a quello del 1974 diventa una battaglia per la vita, ora che il piatto piange. 

 

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