La guerra lampo immaginaria dei presuntuosi

Trump è scivolato nella trappola dell’onnipotenza presunta trascinato da Netanyahu, abile nel convincerlo che il tossico regime di Khamenei sarebbe caduto alla prima spallata, anche per incapacità di reazione militare. Falsa illusione

Marco ZatterinMarco Zatterin
Il presidente Usa Donald Trump
Il presidente Usa Donald Trump

Quando nell’estate 1914 scoppiò la Grande Guerra il Kaiser Guglielmo II annunciò che i suoi fanti sarebbero tornati a casa prima che cadessero le foglie.

I britannici, appena meno ottimisti, assicurarono che “per Natale sarebbe finita”.

Ovviamente si sbagliavano e, sebbene la stagione sia cambiata e le condizioni siano parecchio diverse, la disposizione di leader e governi a credere alle meraviglie di una guerra lampo è ancora gravemente attuale.

Dovevano essere delle “blitzkrieg” la Russia di Hitler, il Vietnam, l’Afghanistan sovietico e di Bush, l’offensiva iraniana in Iraq, l’aggressione di Putin in Ucraina.

Tutto ciò può ripetersi per Trump e la sua sfida a Teheran: se non glielo hanno detto i generali, basta che lo chieda a ChatGpt.

Il presidente americano non sta vincendo e ha fretta. Cerca disperatamente una magia, o un trucco, per porre fine a uno degli scontri peggio programmati della Storia. Solo che gli orrendi alfieri della repubblica islamica hanno il coltello dalla parte del manico e ogni giorno che passa si concedono a sogghigni nuovi, maligni e beffardi.

Trump è scivolato nella trappola dell’onnipotenza presunta trascinato da Netanyahu, abile nel convincerlo che il tossico regime di Khamenei sarebbe caduto alla prima spallata, anche per incapacità di reazione militare. Falsa illusione.

L’America si è trovata a specchiarsi nella beffa e ha determinato il danno facendo esplodere la crisi di Hormuz che minaccia l’intero globo, evenienza che sembra non aver tenuto in sufficiente considerazione.

Il presidente ha litigato con la Nato – con l’Onu lo aveva già fatto. Non ha avuto il soccorso europeo.

In casa vanno a picco i sondaggi a sei mesi dal voto di midterm (3 novembre). Per questo, per salvarsi, deve ricomporre il puzzle in Medio Oriente. Che ha provocato.

Gli iraniani ne sono consapevoli, sono un brutto regime, ma i negoziatori di Teheran col PhD occidentale hanno studiato abbastanza per capire che il calendario gioca con loro. Non hanno problemi di opinione pubblica, né urgenza. Resisteranno. Sono scaltri e ironici. Ci manca che comincino a vendere le magliette con “Remember Stalingrad”.

La Casa Bianca insegue una via di uscita e l’arrivo del vice J.D. Vance a Islamabad è una mossa pesante. Il pianeta soffre per l’attuale combinazione di bassa disponibilità di energia e cattivo governo. Il conto rincarerà se i negoziati non definiranno una soluzione che consenta a The Donald di togliersi dai guai gridando comunque alla vittoria, cosa che gli iraniani potrebbero e anche diabolicamente accettare. Si vuole chiudere. Ma non succederà se non si porrà fine, nello stretto di Hormuz, alla continua mutazione da commedia a tragedia e ritorno.

Sarebbe il momento perché l’Europa battesse il grande colpo, magari cominciando dal riconoscere solennemente il valore dell’articolo 42.7 dei Trattati Ue che garantisce la mutua tutela in caso di aggressione, rafforzandosi in seno alla Nato. Se ne discute giovedì a Cipro. Sarebbe un modo per crearsi un ruolo e un’identità in questa storiaccia.

Dimostrerebbe la volontà di guardare avanti senza limitarsi a cullare i sogni e le ambizioni del passato. Non c’è scelta. Se si affronta il futuro guardando indietro, quel che resta è una vuota nostalgia dalla quale può nascere soltanto un altro nulla.

Riproduzione riservata © il Nord Est