Salvini e la sua Lega, tra slalom e crisi di voti

Il Capitano si ritrova assediato su due versanti: a destra dalle truppe populiste di Vannacci; al centro a opera delle schiere moderate di Tajani

Francesco JoriFrancesco Jori

Una Lega versione Rigoletto: “Salvini è mobile / qual piuma al vento”. È stata una variante verdiana fin dalla preparazione, quella messa in scena sabato a Milano: il Capitano le ha cambiato tre volte il tema, andando a rimorchio degli input suggeriti dalle cronache, nello sforzo di puntellare un consenso sempre più eroso.

Tutt’altro che un “una tantum”: pure lui “muta d’accento e di pensier” con singolare disinvoltura, a partire da una linea politica stravolta e da scelte trasformatesi in micidiali autogol come nel caso Vannacci. Solo che da qualche tempo a questa parte gli sta arrivando il conto.

La Lega ha perso elezioni regionali e comunali in serie, con la sola eccezione del Veneto (e non certo per merito del suo segretario). Nei sondaggi è scivolata stabilmente al terzo posto della coalizione, scavalcata da Forza Italia.

Capitan Salvini si ritrova assediato su due versanti: a destra dalle truppe populiste di Vannacci; al centro a opera delle schiere moderate di Tajani. Anche sabato, nella piazzata di Milano, i forzisti non solo si sono messi in proprio con una manifestazione loro, ma hanno scelto un tema urticante come pochi per i leghisti, quale l’immigrazione dei “nuovi italiani” .

Il Capitano reagisce menando fendenti a dritta e a manca, cavalcando le diverse varianti del mal di pancia della piazza. L’ha fatto anche a Milano, attaccando l’Europa su un tema sensibile come il caro vita e ripescando un vecchio e consunto slogan di quarant’anni fa, “padroni a casa nostra”.

Padroni non esemplari peraltro nella manutenzione dell’edificio, e non per colpe altrui: è dura imputare a Bruxelles un degrado che ha portato al debito pubblico più elevato dell’intera Unione (3.139,9 miliardi di euro in valore assoluto, nuovo record appena stabilito), sommato alla crescita più fiacca. Ed è quanto meno singolare dare del “malefico” a chi con il Pnrr ha versato all’Italia 72 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto, e 122 in prestiti agevolati: la somma più alta dell’intera area Ue.

Salvini non si limita alle vicende interne: basti citare i giudizi su Trump, passati dal “chi lo critica o rosica o non capisce”, con tanto di proposta di conferirgli il Nobel per la pace, alle reazioni sugli attacchi al Papa, bollati come “non intelligenti e offensivi”.

Ma nonostante slalom verbali da medaglia olimpica, la Lega perde consensi; e ha visto affiancarsi agli attacchi degli alleati i malumori del fronte interno del nord, dalla Lombardia al Veneto al Friuli Venezia Giulia. In qualsiasi altro partito, l’avrebbero accompagnato alla porta; non nella Lega: nessuna delle critiche alla linea del segretario formulate dietro le spalle è mai risuonata nei vari consigli federali, con dirigenti allineati e coperti dietro al vangelo secondo Matteo.

E tuttavia i riscontri sono quelli che sono: anche sabato, la piazza milanese era tutt’altro che l’adunata di massa invocata da Salvini, a dispetto di una militaresca precettazione dei territori, e di carovane di pullman messi a disposizione gratuitamente dal partito. Intanto il tempo passa, e nel 2027 gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi nell’unico test che conta davvero, quello delle urne. Dove la Lega rischia di pagare il cammino ondivago del Capitano. —

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