Il dilemma di Meloni sul conflitto in Iran
La vicinanza della premier a Trump si è manifestata in varie occasioni: non è escluso che l’Italia possa essere tentata di “scendere in campo”

L’Iran è stato a lungo ritenuto il Paese più coinvolto nel terrorismo internazionale. Se facciamo un balzo indietro di 40 anni, un report del Dipartimento di Stato statunitense ci spiega il perché: anche se dall’Iran provenivano finanziamenti e un fattivo sostegno al terrorismo esportato verso i Paesi occidentali, colpire Teheran significava destabilizzare il Medio Oriente con un attacco a uno Stato che godeva di ampie risorse a una popolazione vasta.
Queste considerazioni si svolgevano nel corso della presidenza Reagan, predecessore di Donald Trump non solo per linea partitica ma anche per capacità di entertainment politico-mediatico.
Inoltre, l’attacco degli Stati Uniti all’Iran pare essere il frutto di un’evoluzione della dottrina di premptive strike (e qui siamo all’epoca di Bush junior), dottrina secondo la quale Washington ha il diritto di attaccare preventivamente un altro Paese se ha le prove che questo sia in procinto di attaccare gli Stati Uniti. Ora, quantomeno, l’ex presidente Usa aveva tentato di fornire un quadro giuridico all’intervento in Iraq.
Trump, invece, no. Al netto dei riferimenti di Netanyahu allo “Stato terrorista” iraniano, non vi sono tentativi di giustificare l’intervento. Per quanto il regime iraniano fosse liberticida e autoritario, in assenza di tale giustificazione, quantomeno formale, sorprende non solo la decisione di Trump ma anche la reazione di alcuni Stati europei.
Pur dichiarando di non essere coinvolti negli attacchi, Francia, Germania e Inghilterra hanno espresso la volontà di fornire assistenza all’azione degli Usa e di Israele, valutando «un’azione difensiva necessaria e proporzionata per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte».
E l’Italia? Cosa accadrebbe se l’Italia venisse attaccata ad esempio, in uno dei nostri avamposti militari nel Golfo? O se venisse colpito un Paese parte della Nato? Necessariamente il governo Meloni dovrebbe scendere in campo a fianco degli Stati Uniti? La risposta è tendenzialmente no.
Ma attenzione, perché i piani di analisi sono due: quello giuridico e quello politico. Sotto il primo profilo, l’articolo 5 della Nato, che sancisce il principio di difesa collettiva, indica che i Paesi parte dell’Alleanza hanno l’obbligo di assistere la parte attaccata. Questo può includere un’azione militare; ma quest’ultima è solo una delle opzioni sul campo quando si tratta di assistenza alla nazione lesa.
Non dimentichiamo, poi, che l’articolo 11 della nostra Costituzione ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Questi due elementi di natura giuridica condizionano anche il secondo piano di analisi, ossia quello politico. La vicinanza della premier a Trump si è manifestata in varie occasioni, anche quando gli altri partner europei erano recalcitranti od addirittura ostili alle virate politiche del tycoon.
Alla luce di questo pregresso e delle posizioni degli altri big europei sull’attacco statunitense contro l’Iran, non è escluso che l’Italia di Meloni possa essere tentata di “scendere in campo”. Tanto, l’aveva già ammesso Tajani: «Il diritto internazionale vale fino ad un certo punto».
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