Il domino di una recessione globale tra blocco del petrolio e inflazione
Dallo stretto di Hormuz transitano sino a 20 milioni di barili di greggio al giorno: in caso di guerra lunga e di chiusura del passaggio, il greggio potrebbe salire oltre i 100 dollari

Lo spaventoso gioco del momento è la sfida mondiale a “prezzare” la guerra. Ovvero a valutare quando, e se, la Furia epica americana che si è abbattuta sull’Iran saprà capovolgere il regime di Teheran.
La qualità economica del nostro futuro dipende dalla durata del conflitto, perché ogni settimana in più farà la differenza, anzitutto sul prezzo del greggio dal quale arriva l’energia che fa girare le nostre imprese e scalda le nostre case, dunque sull’inflazione e la crescita globale.

Un blitzkrieg di pochi giorni genererà un impatto limitato, il petrolio resterà sotto i 100 dollari al barile, l’inflazione si scalderà appena, e la crescita globale rallenterà temporaneamente. La realtà però è che, salvo una presa di potere rapida da parte dei ribelli nemici di Khamenei, difficilmente le ostilità sullo scacchiere mediorientale si esauriranno in fretta.
Così la minaccia che emerge dai taccuini degli analisti è evidente: con la circolazione dell’oro nero bloccata e i listini alle stelle, se i bombardamenti durassero più di un anno finiremmo diritti in una recessione planetaria.
La radice del problema non tanto è il petrolio estratto dall’Iran, sono poco più di tre milioni di barili al giorno che non raggiungono il 5 per cento della produzione della Terra. Il gigantesco punto interrogativo sull’avvenire nasce anzitutto dall’incertezza del traffico nello stretto di Hormuz, il canalone di mare che separa la penisola arabica dalle rive dell’Iran nel quale passa la rotta commerciale fra il Golfo di Oman (a Sud-est) e il Golfo Persico (o Ovest).
Il tratto più stretto è di 34 chilometri. In tempi normali di qui transitano sino a 20 milioni di barili di petrolio al giorno, il 20 per cento del consumo mondiale. Chiudere lo stretto vuol dire strozzare l’economia globale. Farlo per mesi, la abbatterebbe. L’India, per dirne una, dipende da Hormuz per il 70 per cento delle proprie fonti energetiche. Il rischio di un domino è evidente.
Sebbene Teheran abbia annunciato la chiusura del passaggio, nessuna vera iniziativa di blocco risulta stata effettuata, eppure da sabato le navi hanno smesso di navigare queste acque, fermate dai Lloyd’s di Londra, che hanno sospeso le polizze assicurative, più che dalla paura delle bombe degli ayatollah. Duecento tankers sono alla fonda nel Golfo. Domenica è stata colpita la prima petroliera, la Skylight, battente bandiera della Repubblica di Palau. Potrebbe essere un caso, ma non un buon segno.
La reazione dei mercati finanziari dipenderà da come i fatti e le aspettative si trasformeranno in scommesse. Otto Paesi Opec hanno deciso un 50 per cento di estrazione in più da aprile. Il Brent stamane parte da 73 dollari al barile; quando scattò l’aggressione russa all’Ucraina era a 120 dollari.
Il consenso degli analisti sconta una frenata delle Borse (paura di minor crescita, maggiore inflazione e tassi in salita), un ulteriore balzo dell’oro e un prezzo del greggio che in giornata potrebbe tendere verso gli 80 dollari. Questo, per cominciare.
Supponiamo che si chiuda in un mese, si giunga cioè a un regime non legato agli Ayatollah in marzo (mica facile). Al netto della possibile coda terroristica, i calcoli del Centro Einaudi prevedono che un cambio della guardia in quattro settimane non spingerebbe il greggio oltre i 95 dollari, con un impatto contenuto sui prezzi dell’energia tale da accelerare l’inflazione di circa mezzo punto.
L’Eurozona potrebbe pagare con un paio di punti di crescita. Probabile un rialzo del dollaro che, abbinato ai dazi commerciali, creerebbe nuove insidie per l’export a stelle e strisce. È una complessità ridotta per quanto direttamente proporzionale alla durata dell’instabilità in Medio Oriente.
Se andassimo per le lunghe si metterebbe peggio. L’ipotesi che gli uomini di Khamenei resistano sino all’autunno fa immaginare il petrolio oltre i 100 dollari, uno o due punti di inflazione in più per l’Area Euro (con probabile conseguente aumento dei tassi) e un orizzonte di stagnazione per le economie più solide. L’effetto sarebbe generalizzato.
L’America lo incasserebbe con qualche sicurezza aggiuntiva, grazie al greggio di casa e sudamericano. Tuttavia la frammentazione del commercio mondiale e gli ostacoli davanti ai quali si troverebbero i Paesi importatori di risorse energetiche esterne – come Cina e India – taglierebbero le gambe della crescita globale. La Russia potrebbe profittare della confusione per fare affari col frutto dei suoi pozzi, nonostante gli embarghi e la guerra in Ucraina.
«Una chiusura prolungata di Hormuz è una recessione globale garantita», ha affermato alla Cnbc Bob McNally, già consigliere del presidente repubblicano George W. Bush. Se l’Iran non sarà sconfitto entro 18 mesi, il petrolio volerebbe a 130 dollari, con l’oro alle stelle, Borse volatili, inflazione in aumento “causa prezzi energetici” di 2-4 punti, costo del denaro più salato, almeno l’1,5 per cento in meno di crescita per l’Eurozona.
Un disastro dal quale l’Italia non sarebbe esente, vista la bolletta energetica già alta, l’ampia dipendenza da fonti esterne e la mole di un debito che ha tutto meno che bisogno di un incremento dei rendimenti. Siamo onesti: nessuna guerra viaggia su un autobus carico di buone notizie. Ma per questa voluta dall’aspirante premio Nobel per la Pace Trump contro il sempre odioso Ayatollah Khamenei si fatica a trovarne anche soltanto una.
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