L’attacco all’Iran spacca gli industriali del Nord Est: tra speranze di democrazia e spettro del caro-greggio

Agrusti (Alto Adriatico) vede la fine di una minaccia: «Si è colpita la testa del serpente». Pozzo (Udine) teme lo stop ai negoziati in Ucraina. Carron (Veneto Est) lancia l'allarme: «A rischio l'export verso il Golfo»

Maurizio Cescon

Prudenza. Cautela. Massima attenzione all’evolversi della situazione. Il mondo confindustriale del Nord Est abbozza qualche prima valutazione dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran e la conseguente reazione di Teheran. Scambi commerciali tra Veneto e Friuli Venezia Giulia con il grande Paese asiatico, di fatto, sono ridotti al lumicino, visto che il regime degli Ayatollah è da tempo sotto sanzioni. Però la crisi potrebbe innescare una nuova fiammata dei prezzi del petrolio e del gas e, forse, intaccare i rapporti economici con gli altri Paesi del golfo. Solo ipotesi, al momento, dato che una fotografia più chiara di quanto sta accadendo in queste ore, si avrà a bocce ferme.

Il presidente di Confindustria Alto Adriatico (comprende Trieste, Gorizia e Pordenone) Michelangelo Agrusti vede in questo caso il bicchiere mezzo pieno. «Premetto che in frangenti del genere - osserva Agrusti - geopolitica ed economia sono strettamente legate. Ma credo che, tra le tante cose sbagliate che ha fatto Trump nel suo primo anno di presidenza, questa cosa qui è un fatto che, se avrà successo, potrà cambiare il corso delle relazioni internazionali. L’Iran attuale, a mio avviso, è una minaccia per tanti Paesi del Golfo, controlla lo stretto di Hormuz e quindi il passaggio delle navi per quel punto nevralgico. Ma la sconfitta degli alleati dell’Iran, come gli Houthi dello Yemen o Hezbollah in Libano, è di grande rilievo per lo scacchiere mondiale. Adesso era necessario colpire la testa del serpente, non serviva cercare la pistola fumante come le armi di distruzione di massa a suo tempo per l’Iraq. E poi abbiamo visto quanta voglia di libertà abbia il popolo iraniano, quanti giovani sono scesi in piazza, e quanti giovani il regime abbia fatto uccidere perché protestavano. L’ingerenza sovranazionale era fondamentale, sfruttiamo questo tempo in cui Trump decide di intervenire, agevolerà la democrazia in Iran. Penso che l’Iran potrà tornare a essere un Paese straordinario, un partner per il mondo occidentale e soprattutto per l’Italia, con la quale i rapporti economici risalgono ai tempi dell’Eni di Mattei. Spero che questa azione drammatica e violenta serva a riportare libertà e democrazia in quella terra. Non credo che il petrolio possa subire rincari nell’immediato. Ce n’è dappertutto e l’Iran non era un Paese esportatore, almeno non in Occidente. La liberazione dalla dittatura sarà uno straordinario volano per l’economia di tutto il Golfo Persico».

Teme il sommarsi di incertezza a incertezza il presidente di Confindustria Udine Luigino Pozzo. «L’instabilità generale, su più fronti, non giova certo all’economia - commenta il numero uno degli industriali udinesi - . Il mondo dell’economia, quando accadono cose del genere, si ferma e aspetta. Eravamo fiduciosi di andare incontro a qualche forma di pace, almeno sulla guerra Russia-Ucraina, perché un accordo in quell’area lì dell’Europa potrebbe portare un beneficio diretto ai nostri scambi commerciali e all’economia del Nord Est in genere. Invece l’attacco all’Iran non va verso una soluzione nemmeno della crisi ucraina: adesso i riflettori saranno tutti puntati sul Medio Oriente e di conseguenza tale prospettiva allungherà i tempi dei possibili accordi tra Kiev e Mosca. Eppure i mercati stanno andando avanti in modo anche inaspettato, qua in Friuli abbiamo aziende molto resilienti. Grazie a un importante lavoro fatto sull’innovazione, le nostre merci manifatturiere vengono acquistate all’estero, nonostante tutto. L’attacco degli americani era un po’ previsto, se ne parlava molto nelle ultime settimane. Vediamo come reagirà la popolazione iraniana, vediamo se ci sarà un cambio di regime, di politca. Per quanto riguarda il petrolio, non ritengo che ci siano i presupposti per una fiammata dei prezzi. I nostri approvvigionamenti sono su altri Paesi, l’Iran riforniva di greggio la Cina».

«La crisi in Iran apre uno scenario di forte preoccupazione per il sistema produttivo del nostro territorio - spiega la presidente di Confindustria Veneto Est Paola Carron - . L’incertezza per le imprese è sicuramente deleteria, soprattutto perché arriva dopo un periodo già intenso di tensioni geopolitiche che hanno messo a dura prova le catene di fornitura, i costi energetici e la stabilità dei mercati internazionali.Nell’ultimo Osservatorio Export realizzato dall’associazione emerge con chiarezza l’orientamento delle imprese per il biennio 2026-2027. Oltre al rafforzamento della presenza nei mercati già presidiati la tendenza allo sviluppo in nuovi mercati (14,2% degli intervistati) è cruciale. Tra le destinazioni prevalenti figurano proprio il Medio Oriente (11,4%), seguite da Africa e Cina (10,7%). È evidente quindi come un protrarsi delle tensioni in quell’area rischi di incidere su strategie di crescita già pianificate».

«Ciò che desta ulteriore allarme - aggiunge Carron - è la prospettiva che non si tratti di una crisi di breve durata come emerge dalle prime dichiarazioni. La durata delle tensioni rischia quindi di incidere in modo strutturale sugli equilibri economici, influenzando sia i mercati dell’export sia il comparto turistico, anche con riferimento ai flussi provenienti dagli Emirati verso il nostro Paese. Non da ultimo, il nuovo rincaro del prezzo del petrolio registrato a febbraio (da 63 a 71 dollari al barile) e l’annuncio della chiusura dello stretto di Hormuz, rischiano di avere pesanti ripercussioni su prezzi e approvvigionamenti. Ci auguriamo che non si verifichino nuove fiammate dei costi energetici, che le imprese non sarebbero in grado di assorbire, con conseguenze dirette su margini e investimenti».

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