Se la stabilità del governo non porta le riforme
Se l’obiettivo del governo più longevo appare ormai a portata di mano, resta da capire se Meloni ne conquisterà uno ancor più ambizioso: quello di primo governo “confermato” dal passaggio elettorale dopo la svolta degli anni Novanta

Mancano poco più di cento giorni al momento in cui il governo guidato da Giorgia Meloni diventerà il più longevo della storia repubblicana. Al di là della valenza simbolica del traguardo – alla quale la presidente del Consiglio non sembra insensibile – il primato verrà utilizzato come bollino di qualità rispetto a uno dei valori che Meloni ha messo al centro della propria narrazione: la stabilità. Obiettivo perseguito ostinatamente, a dispetto della lunga tradizione italiana di governi deboli, della natura spesso evanescente delle leadership contemporanee e dei contraccolpi della sconfitta referendaria.
Se l’obiettivo appare ormai a portata di mano, resta da capire se la durata della permanenza a Palazzo Chigi aiuterà davvero Meloni nella rincorsa a un obiettivo ancor più ambizioso: quello di primo governo “confermato” dal passaggio elettorale dopo la svolta degli anni Novanta.
In realtà, bisogna risalire a oltre 50 anni fa per trovare lo stesso nome alla guida dell’esecutivo prima e dopo le elezioni. 1972, da Andreotti I ad Andreotti II: un’altra “repubblica”, per l’appunto. Anche in quel caso, c’era di mezzo un referendum, ma ancora da celebrare: quello sul divorzio.
Sono diverse le incognite su come – e quando – Meloni e l’Italia arriveranno al passaggio del voto. La prima riguarda proprio la data. Se diversi fattori, incluso quello del “record”, rendono ormai poco probabile il voto nell’autunno di quest’anno, restano due principali opzioni: elezioni a scadenza naturale, nel settembre 2027, o l’anticipo a primavera. Gli italiani credono molto di più alla prima ipotesi. Secondo un recente sondaggio di Demos, il 50% pensa che Meloni arriverà alla fine della legislatura.
I dati del consenso, peraltro, mostrano una tenuta per certi aspetti sorprendente. Sebbene da tempo minoritario, l’apprezzamento verso il governo è risalito leggermente. FdI, nelle rilevazioni di diversi istituti, “tiene” intorno al 28%. Certo l’equilibrio tra le due aree politiche rimane incertissimo. Anche perché non sono chiari i loro confini. Non a caso, Meloni è pronta a inseguire il totem della stabilità attraverso una legge elettorale che garantisca un vincitore. Anche a costo di rischiare di perdere.
Potrebbe però ancora farcela. Magari giocando d’anticipo sui tentativi di organizzazione del campo avversario. L’ipotesi che al Meloni I segua un Meloni II – con le Politiche tra i due, s’intende – non è ancora da scartare. Certo, alle variabili strettamente politiche e istituzionali, vanno sommate quelle di contesto: le performance economiche, le turbolenze internazionali; e la relazione tra le due dimensioni.
Se la batosta del referendum non sembra avere – per ora – del tutto pregiudicato le chance di successo di Meloni, di sicuro l’ha privata di un asset altrettanto importante: un provvedimento simbolo con il quale presentarsi all’appuntamento decisivo. Conviene tornare, allora, alle promesse che la premier aveva fatto al momento dell’insediamento: stabilità, primato della politica (rispetto ai governi tecnici), riforme. Sull’ultima voce, siamo ancora al punto di partenza. I primi due rischiano di essere spazzati via dalle prossime elezioni.
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