Fine vita, tutte le colpe del nostro Parlamento
Fare una legge non basta: bisogna metterne in campo una efficiente, funzionale e in grado di essere applicata

Dieci anni di inadempienza, di ignavia, di ipocrisia. Dieci anni di un indecoroso girare le spalle a chi si macera per tempi inauditi in una straziante sofferenza. Il 3 giugno il Parlamento italiano affronterà in aula quella legge sul fine vita di cui finge di occuparsi dal 2016, rifugiandosi in tartufeschi rinvii; e nell’avvicinarsi della scadenza si moltiplicano i segnali di un’ennesima riprovevole recita.
«Una legge bandiera»: così Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente di quel Consigio regionale, ha stroncato il testo in discussione. Tradotto, una presa in giro.
Facciamo il punto. Per ben tre volte (2019, 2022, 2024) la Corte Costituzionale ha richiamato Camera e Senato al loro compito istituzionale di varare una legge in materia; in assenza della quale i casi concreti (già una cinquantina) rischiano di essere appesi a risposte contingenti, parziali e diverse da luogo a luogo. Nel frattempo alcune Regioni si sono sostituite al Parlamento: come hanno già fatto Toscana e Sardegna; e come non ha fatto il Veneto per la differenza di un singolo voto.
Sempre in Veneto, proprio in questi giorni, il tema si è riproposto attraverso un filmato dedicato a Stefano Gheller, il cinquantunenne vicentino relegato su una carrozzina dall’età di 14 anni a causa della distrofia muscolare, morto due anni fa dopo una tormentata vicenda: risolvendosi nell’ennesimo scambio di inutili quanto stucchevoli polemiche.
Eppure il tema è di una chiarezza esemplare: a partire dalla sottolineatura che il cosiddetto suicidio assistito non ha nulla a che spartire con l’eutanasia. Arrivare a una legge nazionale è non solo corretto, ma fondamentale, per assicurare parità di trattamento su tutto il territorio, e per evitare ogni tipo di deriva sottoposta all’arbitrio dei singoli.
Non è però uno sfregio istituzionale, né un’invasione di campo, il fatto che nel frattempo alcune Regioni abbiano o stiano per varare una loro normativa: la Corte Costituzionale ha tracciato con estrema chiarezza i limiti entro cui fare ricorso alla pratica; e ha anche disposto precisi correttivi ad alcuni aspetti delle leggi in questione, Toscana in testa, ribadendo la necessità che sia il Parlamento per competenza a esprimersi.
Farne una materia di guerre ideologiche, oltretutto viziate da un’indecorosa caccia al consenso, è indice della più deteriore politica, che antepone la forma alla sostanza.
Va detto tuttavia, sempre per dovere di chiarezza, che fare una legge non basta: bisogna metterne in campo una efficiente, funzionale, in grado di essere applicata. Qui il pessimismo è di rigore, guardando a cosa è accaduto per l’alternativa delle cure palliative, oggi tanto invocata dalla politica e non solo: una legge c’è, ed è datata 2010; ma da allora rimane largamente inattuata.
È previsto che le terapie debbano essere garantite entro il 2028 al 90 per cento della popolazione; oggi, a sedici anni dal varo, ne può usufruire solo il 33 per cento, quota che si riduce al 15 per i bambini. Sempre per legge, il governo dovrebbe inviare alle Camere una relazione annuale sullo stato di attuazione della legge: ma è dal gennaio 2019 che quel report non viene presentato, nell’indifferenza totale di un Parlamento inetto e noncurante.
Intanto le persone continuano a morire, e chi è a loro vicino a soffrire, nella sostanziale indifferenza di chi invece dovrebbe farsene carico: è successo due settimane fa in Toscana, a Maria Sole, ultima, ma purtroppo non ultima vittima del silenzio delle istituzioni.
«Spero che nessuno debba soffrire e sentirsi solo come me», ha lasciato scritto prima di andarsene. Non sarà così. Dum Romae consulitur, mentre Roma discute a vuoto, nel nostro Paese si continua a negare ai cittadini un diritto fondamentale: morire con dignità, per scelta personale, quando non è più possibile vivere con dignità.
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