Tassi stabili, così la Fed e Trump sono finiti ai ferri corti
La scelta della Federal Reserve mostra come abbia retto il sottile filo dell’indipendenza dell’istituto

La Federal Reserve ha confermato nell’ultima sua riunione le aspettative degli analisti. Il Federal Open Market Committee (Fmoc), suo braccio operativo per la politica monetaria, ha deciso di tenere stabili, senza tagli, i tassi di interesse. Date le tensioni con la Casa Bianca, irritata perché desiderosa di un taglio, la scelta mostra come abbia retto il sottile filo dell’indipendenza dell’istituto.
Non a caso Jerome Powell, presidente Fed, nella conferenza stampa seguente alla decisione ha tenuto a ricordare a Washington che l’indipendenza della Banca centrale è l’assetto basilare delle democrazie moderne. Perché la reputazione di questa tutela l’ordine monetario. Senza di essa, la Fed sarebbe disarmata dinnanzi al suo “nemico istituzionale”, cioè l’inflazione.
Il punto è esattamente questo. È la stessa Banca centrale a dirlo nel comunicato di chiarimento della decisione adottata. Sono due gli aspetti critici sui prezzi che hanno indotto a prudenza: le tensioni internazionali e i dazi letti come fattori d’inflazione. Lo sottolinea Powell affermando che «faranno aumentare i prezzi e peseranno sull’economia».
Inoltre, insiste il presidente Fed, i dazi sono vischiosi nell’agire. Perché il tempo richiesto al loro pieno dispiegarsi lungo le catene di approvvigionamento commerciale ne allunga l’effetto inflattivo nel tempo. Qui è evidente la polemica con la Casa Bianca. Che d’altra parte probabilmente tuonerà contro la Banca vista come un ostacolo alle sue decisioni. Insomma, l’ascia di guerra è dissotterrata da entrambe le parti.
Questo della Fed, merita rilevarlo, è un cambio di passo rispetto al recente passato caratterizzato da tre consecutive riduzioni del costo del denaro. Comunque, la pausa sul taglio dei tassi ci dice che la coalizione di governo monetario guidata da Powell controlla sia i falchi che le colombe in seno al Fmoc. I primi orientati ad alzare i tassi per le persistenze inflattive contro le “colombe trumpiane”, meno assertive sull’inflazione. A riprova, sebbene silenti i falchi, il consenso interno al Fmoc su Powell e la sua «saggezza antinflattiva» è solo maggioritario.
Lo dimostra il fatto che due suoi membri, più trumpiani degli altri, hanno votato contro la decisione. Pertanto sono prevedibili dopo maggio, concludendosi allora il mandato di Powell, mutamenti di priorità della Fed: è logico che Trump vorrà nominare un banchiere centrale più consono alla sua linea.
Quindi è prevedibile che il prossimo presidente Fed sarà favorevole all’alleggerimento monetario e proverà a ricongiungersi alla politica monetaria dell’anno precedente. D’altronde neppure Powell è pregiudizialmente ostile a essa. Solo preferisce essere prudente, date le condizioni. Che nel linguaggio delle Banche centrali equivale a dire che la crescita dei prezzi negli States supera il target prefissato.
A favore della decisione presa dalla Fed c’è infine un argomento decisivo: la tenuta del dollaro. Che dovrebbe preoccupare la stessa Amministrazione Trump qualora vedesse in discussione il debito sovrano statunitense come asset sicuro. La decisione sui tassi di Fed è contro questa possibile vulnerabilità degli Usa. Però, dice Powell, ciò è possibile solo se è tutelata l’indipendenza della Banca centrale dalla politica.
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