L’Unione europea ha le carte per trattare con Trump

L’ostilità del presidente degli Usa nei confronti di Bruxelles si spiega nell’interesse a trattare con avversari deboli, in un gioco a somma zero

Giancarlo CoròGiancarlo Corò
Ursula von der Leyen (foto Epa)
Ursula von der Leyen (foto Epa)

Attraverso iniziative unilaterali, l’uso sistematico della minaccia e una estenuante rinegoziazione di accordi internazionali, i tratti della presidenza Trump stanno diventando sempre più chiari, delineando una strategia di politica estera di cui, dato il peso economico, tecnologico e geopolitico degli Stati Uniti, è inevitabile tenere conto.

Il metodo negoziale adottato da Trump è stato definito unilaterale e transattivo: negoziare gli accordi con altri paesi su obiettivi immediati, per quanto possibile misurabili in termini finanziari, e comunque nel rifiuto di riconoscere nelle alleanze l’esistenza di interessi di lungo termine, tanto meno di valori politici e morali condivisi. In questa prospettiva è cruciale per Trump la divisione degli interlocutori.

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La sua avversione all’Ue, ma in realtà ad ogni istituzione multilaterale come ad accordi regionali, si spiega soprattutto nell’interesse a trattare con avversari deboli, in un gioco ritenuto a somma zero: ciò che uno ottiene, l’altro perde.

Tuttavia, c’è un aspetto che dopo Davos ha modificato lo scenario: l’Europa ha mostrato di avere in mano diverse carte da giocare sul tavolo delle trattative con gli Usa, mettendo in luce come le due sponde dell’Atlantico siano molto più legate tra loro di quanto l’idea “isolazionista” vorrebbe farci credere. Non ci riferiamo tanto ai legami militari e dei sistemi di difesa, costruiti in 75 anni di storia della Nato, ma a quelli economici, da cui dipendono catene di fornitura vitali per il benessere della popolazione, aree di mercato fondamentali per le imprese, ma anche enormi quanto complessi equilibri finanziari.

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Tra Ue e Usa si è innanzitutto creata la relazione commerciale più grande e integrata al mondo. Il valore dell’interscambio di beni e servizi è raddoppiato negli ultimi dieci anni, raggiungendo 1.600 miliardi di euro. Valore superiore agli scambi degli Usa con i vicini di Canada e Messico, e quasi tre volte quello con la Cina.

Se poi l’Ue dipende sempre più dagli Stati Uniti per le forniture energetiche e per i servizi tecnologici, il segno si inverte per farmaci, auto, macchinari (compresi quelli per i chip), manifattura di qualità (moda, arredo, alimentare). Modificare questa interdipendenza commerciale richiede tempo e avrebbe costi elevatissimi, soprattutto per gli Stati Uniti. Non è un caso se i tanto sbandierati dazi unilaterali al 15% abbiano avuto, in realtà, un impatto limitato sugli scambi, anche a causa di numerose “exception”.

Ma l’integrazione tra Usa e Ue è ancora più evidente se si considera l’organizzazione produttiva costruita dalle imprese multinazionali. Lo stock di investimenti diretti statunitensi nell'Ue (tre trilioni di dollari) è venti volte superiore a quello in Cina. Allo stesso tempo lo stock di investimenti dell'Ue negli Stati Uniti (2,5 trilioni di dollari) è il doppio del livello di investimenti comparabili provenienti da tutta l'Asia.

Ma è soprattutto nell’esposizione finanziaria europea verso gli Stati Uniti dove si tocca il punto critico, costituito dall’indebitamento americano. Il risparmio europeo che finanzia in modo diretto (tramite acquisto di bond Fed) o indiretto (tramite depositi in istituzioni finanziarie americane, che a loro volta acquistano bond Fed) il debito del governo Usa si può stimare in circa otto trilioni di dollari.

Cui si aggiungono altri otto trilioni in azioni e obbligazioni sulle imprese private americane, in particolare Big Tech. Non è certo interesse degli europei disinvestire in modo massivo da questi asset. Tuttavia, anche solo rallentare il flusso di risparmio europeo che attraversa l’Atlantico potrebbe creare seri problemi all’economia americana. E potrebbe semmai rilanciare, come indicato nei rapporti di Draghi e Letta, gli investimenti europei su innovazione tecnologica, transizione energetica, difesa comune. Se l’Europa mostrasse più consapevolezza della sua forza economica d’insieme, ne guadagnerebbe molto anche il suo ruolo politico sulla scena internazionale.

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