Un discorso sullo stato dell’Unione mai così poco unitario

Trump ha trasformato l’occasione in un rito divisivo di autocelebrazione, accentuando l’impressione di una America sempre più chiusa in sé stessa

Renzo GuoloRenzo Guolo
Donald Trump durante il discorso (foto Agf)
Donald Trump durante il discorso (foto Agf)

Il discorso sullo stato dell’Unione è, tradizionalmente, un momento in cui il presidente americano si rivolge ai parlamentari e alla nazione per celebrare la forza della democrazia americana e indicare le sfide che gli Stati Uniti hanno di fronte: insomma, un discorso di conciliazione. Come prevedibile, però, Trump pronuncia un discorso assai poco unitario, trasformando la circostanza in divisivo rito di autocelebrazione.

Davanti al Congresso, con gli occhi ormai rivolti alle elezioni di Midterm – la consultazione di metà mandato che potrebbero trasformarlo in “anatra zoppa” inibendogli il pieno controllo del Congresso –, l’inquilino della Casa Bianca ha magnificato il proprio operato e attaccato duramente l’opposizione.

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Esaltando l’America tornata, a suo dire, all’età dell’oro. Eppure la scarsa popolarità sembrerebbe smentirlo: nessun presidente ha mai registrato, in anni recenti, un consenso così basso al termine del primo anno di mandato. Politica economica, gestione dell’immigrazione, politica estera sono, sono secondo i sondaggi, i punti deboli della nuova amministrazione.

Trump ha evitato i nodi, enfatizzando il successo ottenuto sul fronte migratorio in Messico ma tralasciando qualsiasi riferimento allo scacco subito nel Minnesota, dove la violenta condotta dell’Ice ha generato una rivolta che lo ha obbligato a ritirare la polizia di frontiera da quelle che l’ideologia Maga definisce “città santuario”.

Dopo i furibondi attacchi rivolti nei giorni scorsi ai giudici che hanno messo in discussione le sue scelte sui dazi, ha liquidato come “infelice” la sentenza della Corte Suprema sui dazi. Ignorando volutamente che in discussione in quella sentenza non era tanto la politica commerciale degli Usa ma la legittimità del presidente a legiferare in una materia di competenza del Congresso. Ambito che attiene alla, decisiva, questione della separazione tra i poteri in democrazia.

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Il presidente Usa Donald Trump

Trump ha evitato anche un riferimento approfondito all’Iran, affermando che l’obiettivo dell’imponente pressione militare sulla Repubblica Islamica è impedirgli di avere il nucleare: tutto, non solo quello militare. Omissione giustificabile con il fatto che è ancora in corso un negoziato ma che, pure, sembra attenere alla consueta estemporaneità trumpiana. Il tutto davanti al rischio di un conflitto di vasta portata che potrebbe incendiare il Medioriente, e su cui effetti risolutivi – la caduta del regime iraniano - sembrano nutrire dubbi anche i vertici militari a stelle e strisce.

Resta, dopo il discorso, l’impressione di un’America sempre più rinchiusa in sé stessa, lacerata da una guerra culturale che sembra sempre più assumere i connotati dello scontro totale. E che, lo si è visto anche nella vicenda dazi e sull’Ucraina, così come sulla Groenlandia, ignora completamente quello che sino a qualche anno fa era concepito come Occidente.

Quell’alleanza, e quel mondo non esiste più nei termini che abbia, o conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. Realtà che impone all’Europa, di non diventare un vaso di coccio tra i vasi di ferro dei Tre imperi che occupano la scena mondiale.

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