Chi ci guadagna e chi ci perde nel balletto delle tariffe del tycoon
Sulle merci che entrano negli Stati Uniti grava un dazio piatto del 10 per cento, elevato al 15 per cento per 150 giorni, uguale per tutti, e (al momento) senza eccezioni. Secondo i calcoli degli esperti di Global Trade Alert (Gta) la mossa assegna un clamoroso successo per la Cina

Va a finire che si stava meglio prima, quando si stava peggio. Dalla mezzanotte, sulle merci che entrano negli Stati Uniti grava un dazio piatto del 10 per cento, elevato al 15 per cento per 150 giorni, uguale per tutti, e (al momento) senza eccezioni. Secondo i calcoli degli esperti indipendenti di Global Trade Alert (Gta) la mossa assegna un clamoroso successo per la Cina che incassa uno sconto di sette punti sui livelli attuali (dal 36,8 al 29,7 per cento), attribuisce un moderato ribasso all’Unione europea (0,8 punti) e ci segnala come il Paese continentale destinato a pagare il più alto pedaggio.
Col vecchio regime, la tariffa media che gravava sull’export “made in Italy” era, grazie ad alcune esenzioni, del 7 per cento. In media, per comprare un abito, un macchinario o un vino prodotti dalle nostre parti un cliente americano ora dovrà aggiungere il 15,3 per cento da versare alle Dogane. Più del doppio del regime corrente.

Le rilevazioni basate sui dazi in vigore prima che Donald Trump concepisse in chiave commerciale il Liberation Day a stelle e strisce certificano una perdita competitiva minore, ma comunque bruciante. L’Italia è con il Regno Unito l’economia che, secondo le stime puntuali di Gta, paga il pegno maggiore, 2,1 punti in più per loro e 1,7 per noi. Il Brasile guadagna 13,6 punti di minore “tariffa”, la Cina 7, 1 e l’India 5,6. La formula a cui la Casa Bianca è stata costretta dalla Corte Suprema finisce insomma per dare soccorso alle economie più combattive del Sud Globale, penalizza di poco meno di un punto l’Ue e colpisce secca gli “amici” a Londra e Roma. Con il 15 per cento imposto temporaneamente dalla Section 122, il vantaggio competitivo che avevamo ottenuto grazie ai negoziati settoriali è quasi azzerato.
La terza (e aurea) legge fondamentale elaborata dall’economista Carlo Cipolla (1922-2000) per catalogare i meno brillanti fra gli esseri umani definisce “persona stupida” quella che “causa un danno a un’altra senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita”. Su questa base, è legittimo chiedersi se l’etichetta non calzi al presidente americano. Uno che, accendendo la guerra dei dazi, ha generato volatilità e incertezza sui mercati globali, ha minato la credibilità della sua amministrazione e fiaccato il dollaro, contribuendo ad aumentare il costo delle importazioni da cui l’America dipende, già andato alle stelle con gli aumenti dell’imposizione doganale. I quali, ha notato la Federal Reserve di New York, sono stati come naturale pagati per oltre il 90 per cento dai cittadini e dalle imprese statunitensi che potrebbe vantare centinaia di miliardi di rimborsi.
Tutto ciò si è riflesso sull’inflazione che Trump voleva fermare e che in dicembre ha raggiunto il 2,9 per cento, accelerando rispetto al 2,8 di novembre, il tasso annuo più elevato dal marzo 2024. Peggio è che il deficit commerciale ha chiuso il 2025 con un saldo negativo di 901,5 miliardi, il più pesante da decenni – mentre l’export europeo e cinese hanno seguitato a correre. La crescita del Pil è stata positiva (2,2 per cento), ma inferiore al 2024 (2,8). Il debito, che i dazi dovevano colmare in parte, è volato oltre i 38 trilioni di dollari.
Appare chiaro che le guerre commerciali non hanno rilanciato un’America particolarmente autolesionista. In compenso, hanno suonato la sveglia per i concorrenti, gente a cui l’esperienza del Trump II impartisce due lezioni: la prima è che essere accondiscendenti con l’amico americano non serve; la seconda è che esistono altri interlocutori con cui scambiare merci. Sarebbe interessante se Trump riflettesse su tutto questo, ma non c’è da giurarci. Aveva promesso di “spegnere le fiamme del mondo”. Sinora, cercando di imporre la pace attraverso la forza e rendere l’America grande taglieggiando alleati e rivali, ha ottenuto l’esatto contrario
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