Così torna sui tavoli il “caso Russia”
Per Teheran e Washington l’obiettivo è Hormuz, vista l’importanza che gli stretti hanno nell’economia energetica e dei container globale. Viceversa, se visti dall’Ue, questi conflitti glocali sono una minaccia

L’amministratore delegato di Eni Descalzi, dinnanzi agli eventi in Medioriente con di Hormuz stretto tra tregua e ombre di guerra riaccesa, ha ritenuto competenza del proprio ufficio evidenziare alla politica un tema strategico. Riguarda l’opportunità per l’Ue di sospendere l’embargo di gas liquefatto (Gnl) russo previsto per il gennaio 2027. La logica dell’ad è manageriale ma orientata alla prudenza per le tensioni in Medioriente.
L’Eni guarda ai rischi di mercato (prezzi e approvvigionamenti) e dà un contributo di intelligence economica. Qui si ferma, opportunamente. È la politica, infatti, a dover scegliere tra rischi di prezzo/approvvigionamento delle materie prime energetiche e gli oneri di un eventuale rischio politico. Nondimeno, l’ad di Eni, osservando un orizzonte energetico quantomeno poco tranquillo, da tecnico suggerisce nuova attenzione al tema.
È un momento delicato, solo stando al gas, perché è ora che si fanno gli stoccaggi per l’inverno. L’Italia è messa meglio di altri Stati dell’Ue dove si viaggia al 29% circa. Il problema è che, se partisse di nuovo la guerra Iran/Usa o se i mercati iniziassero a prezzarla, sarebbero dolori. Anche perché avremmo gli acquirenti asiatici a farci concorrenza sui prezzi.
Ciò dimostra una caratteristica delle guerre che ci ronzano attorno. Ovvero, gli eventi di Hormuz, di cui l’Italia e gli altri membri Ue sono spettatori purtroppo paganti, sono eventi bellici con una precisa caratura che ci coinvolge volenti o nolenti. Precisamente, sono fatti d’arme dalla duplice natura, com’è forse tipico nel dopo Guerra Fredda. Ovvero sono locali e globali al contempo.
Pertanto i conflitti cui assistiamo evidenziano caratteristiche sempre più glocali. Vuol dire che gli effetti di essi esondano il campo di battaglia. Equivale a dire che sebbene la linea del fuoco appaia lontana viceversa il suo rimbalzo sui costi dell’energia colpisce ovunque. Pure noi, quindi. Di qui il termine glocale, giapponese in origine e ripreso negli anni ‘80 del ‘900 dal sociologo britannico Robertson.
Significa che gli Stati puntano a sfidarsi su specifiche aree geopolitiche avendo come obiettivo quello di condizionare assetti e gerarchie geostrategiche globali. Lo schema per farlo è di limitare (in teoria) l’escalation militare sia rispetto al potenziale di armi disponibile che per territorio. Nel caso di specie, limitare le operazioni in aree comprese tra Iran e Israele. Ma l’effetto, come ben colgono i mercati, è globale.
Per Teheran e Washington l’obiettivo è Hormuz, vista l’importanza che gli stretti hanno nell’economia energetica e dei container globale. Viceversa, se visti dall’Ue, questi conflitti glocali sono una minaccia. Di qui la necessità di premunirsi da shock.
Di conseguenza, la commissione ha statuito un vincolo che prevede che gli stoccaggi stiano al 90% al 1° novembre. Sempre che le tensioni nei mercati lo consentano. Hormuz ci lascia col fiato sospeso. Inoltre, fatichiamo a pensare all’energia come arma strategica. L’ad di Eni ci offre l’intelligence per ragionarci. Per intanto è facile prevedere, anche per la riduzione dell’offerta di gas qatarina per danni agli impianti, che la questione Federazione Russa arriverà ai tavoli della politica. Con forse inedite divisioni.
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