Lo scontro globale tra i poteri
Il confronto tra politica e magistratura assume dimensione internazionale: dalla recente decisione della Corte Suprema americana sui dazi al dibattito italiano in vista del referendum, emerge una tensione diffusa tra potere esecutivo, giudiziario e istituzioni

Non finirà il prossimo 23 marzo, con la “sentenza” del referendum. Anche perché non si ferma certo ai confini italiani lo scontro tra politica e giustizia, che assume (sempre più) una dimensione planetaria.
L’ultimo episodio riguarda lo stop alla politica dei dazi imposto dalla Corte suprema americana. L’ultimo, sì, ma solo in ordine di tempo. Eclatante, anche alla luce del controllo repubblicano sul massimo organo della magistratura federale. Significativo, da una prospettiva italiana, nel modo in cui congiunge Roma e Washington. Visto che tutta l’attenzione del dibattito politico, da noi, si sta concentrando sulla consultazione del mese prossimo. In un clima che nuoce alle istituzioni, come ha rimarcato il Capo dello Stato.
Ma non si tratta solo della relazione “speciale” tra Casa Bianca e Palazzo Chigi. Né – solo – del filo rosso che lega berlusconismo e trumpismo, che pure dice molto sull’affermazione di un certo stile di leadership. Tensioni analoghe si verificano in tanti contesti democratici a livello mondiale. Potremmo citare il caso della Polonia, dove pure si discute di (contro)riforma della giustizia. Ma la lista di paesi dove esecutivo e giudiziario entrano in conflitto si allunga a dismisura.
L’oggetto del contendere riguarda, in molti casi, la “condotta” dei governanti, che li porta a finire sotto inchiesta. In molti altri casi, riguarda le politiche: soprattutto, le policy che interessano più da vicino attori populisti e capi-popolo di diverso colore politico, ma soprattutto di destra. Un tema su tutti: quello della regolazione dei flussi migratori – è di questa settimana la sentenza sul caso Sea Watch.
Allargando lo sguardo, la questione riguarda l’insofferenza di un certo tipo di potere politico rispetto a qualsiasi forma di controllo e bilanciamento. L’idea che il potere esecutivo, benedetto dal consenso popolare, debba essere “illimitato”. E possa limitare i margini di intervento di qualsiasi contro-potere, come avviene ad esempio in Serbia o in Ungheria. Di qui la mal sopportazione del ruolo dei media (non allineati). L’irritazione rispetto alle presunte ingerenze delle toghe. Più in generale, la scarsa tolleranza delle regole. A conferma di come lo scontro tra poteri avvenga ad ogni livello, la corte americana, nel suo pronunciamento di venerdì, è andata “in soccorso” del potere legislativo, rimarcando che il Congresso non poteva essere bypassato dalla Presidenza, nelle scelte sui dazi.
La questione, però, ha anche un altro “lato”, del tutto speculare e che non può essere trascurato. Questo scontro planetario tra governanti e magistrati fa sì che il potere giudiziario sia, di fatto, investito di un ruolo di opposizione che si traduce, spesso, nella tentazione di andare oltre la semplice tutela della legalità e delle carte costituzionali.
Ad essa, peraltro, si associa un’altra (forse ancora più insidiosa) tentazione: quella delle opposizioni politiche che affermano di voler contrastare le derive autoritarie e gli aspiranti autocrati, ma spesso pensano di poter delegare ai magistrati quella azione di argine che, da sole, non sono capaci esercitare. Anche questo problema non riguarda solo gli Stati Uniti o l’Italia.
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