Il prof Sonato: «Nucleare, il Nord Est è pronto. Marghera e Monfalcone sono siti ideali»

Piergiorgio Sonato, guida del Consorzio Rfx di Padova e tra i massimi esperti di nucleare in Italia: «Qui reti robuste e disponibilità di acqua di raffreddamento. Il Giappone dimostra che è superato il rischio legato a un terremoto»

Andrea Zambenedetti
Il professor Piergiorgio Sonato, tra i massimi esperti di nucleare in Italia
Il professor Piergiorgio Sonato, tra i massimi esperti di nucleare in Italia

Professor Piergiorgio Sonato, lei che guida il Consorzio Rfx, è docente dell’Università di Padova ed è tra i maggiori esperti in Italia di nucleare: ci dice se il Nordest ha caratteristiche tecniche e territoriali compatibili con la realizzazione di una centrale nucleare?

«Direi proprio di sì, non solo per le caratteristiche territoriali, ma anche per quelle del tessuto economico del Nordest».

Esistono, almeno sulla carta, aree del Veneto che potrebbero superare i primi criteri di idoneità?

«Le zone più candidate sono quelle dove c’è disponibilità di acqua per il raffreddamento degli impianti, quindi le aree costiere e quelle fluviali. Ma alla luce della siccità, restano soprattutto quelle costiere».

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Un'immagine della centrale nucleare di Krsko attualmente operativa in Slovenia

Dal punto di vista del rischio sismico, però, a Nordest la paura e le ferite per il terremoto del 1976 in Friuli sono ancora aperte: la tecnologia è abbastanza sicura?

«La risposta è semplice: in Giappone ci sono una dozzina di centrali nucleari, sono costruite per resistere a tutti i gradi della scala Richter. Di recente c’è stato un terremoto oltre il settimo grado e le centrali vicine all’epicentro non hanno riportato alcun danno. Nel Mediterraneo terremoti di quel livello non sono paragonabili neanche a quello di Messina del 1906».

Quanto conta la vicinanza alla rete elettrica?

«Il Triveneto è in una zona fortunata. La rete è, per ora, fortunatamente robusta e in grado di gestire i flussi di potenza di una centrale nucleare».

Veniamo ai piccoli reattori modulari: che differenza farebbe, dal punto di vista della scelta del sito, rispetto a una grande centrale tradizionale?

«Se ci limitiamo a un’area triveneta, tra un grande impianto e dieci impianti più piccoli, non fa grande differenza. Ma gestire un solo impianto è più facile».

Un microreattore deve essere collocato in un territorio molto vicino ai luoghi in cui serve l’energia?

«Questo rende più facile ed efficiente la gestione dei flussi di potenza».

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Eliana Poli, docente di Geologia strutturale all’Università di Udine

Per esempio, avrebbe senso immaginare un microreattore al servizio di una grande area industriale, invece di una centrale lontana dai centri di consumo?

«Oggi un impianto da un gigawatt non è improponibile per il nostro territorio. Anzi, per il fabbisogno della nostra area, queste taglie, su queste distanze ridotte, possono essere gestibili. Se si vuole partire subito, è meglio partire con la tecnologia disponibile. Oggi è già possibile partire con un progetto di dimensioni collaudate altrove».

Se dovesse cercare nel Nordest un luogo ideale per un microreattore, quali caratteristiche cercherebbe?

«La prima è la disponibilità di acqua di raffreddamento, poi la vicinanza a un nodo manifatturiero e la necessità di riqualificazione. Sia Marghera sia Monfalcone sono luoghi ideali. L’altro luogo è quello del Delta del Po. Ma c’è il problema dell’accettabilità sociale, che è il vero nodo e va oltre gli aspetti tecnici e la gestione dell’impianto».

Come se ne esce?

«Con un’informazione trasparente e con un coinvolgimento, come si fa in altre realtà. Nel Nord Europa ci sono impianti ben voluti dalla popolazione non solo per l’indotto, ma anche per la comunicazione tra chi li gestisce e le comunità circostanti. La gente ha fiducia nel modo in cui sono state studiate e realizzate le cose».

Ma il nucleare risolverebbe tutti i problemi di fabbisogno energetico?

«No, il nucleare non è alternativo alle rinnovabili, ma è necessario al mix energetico. Le rinnovabili giocheranno un ruolo tra il 75 e il 90 per cento del fabbisogno, il nucleare serve alla gestione della rete elettrica, dei flussi e delle energie».

Padova ospita il Consorzio Rfx, uno dei principali centri italiani di ricerca sulla fusione. Quanto può diventare importante il patrimonio di competenze scientifiche che esiste già nel territorio?

«Diciamo che il Consorzio Rfx attraverso i suoi soci (Cnr, Enea, Infn, Università di Padova e Acciaierie Venete) è un centro di eccellenza italiana e mondiale per la fusione, ma anche di formazione di tecnici e fisici per sviluppare qualsiasi tecnologia nucleare del settore energetico».

Potrebbe nascere nel Nordest una filiera industriale?

«La filiera italiana non ha smesso di lavorare nel nucleare da fissione per l’Europa e per il mondo. Ci sono tante realtà già coinvolte e aziende di tutta Italia, anche del Nordest, che sono all’avanguardia nel realizzare tecnologie per fissione e fusione».

Da dove bisogna partire?

«In Italia la prima cosa da fare è ricostruire l’authority e lavorare sull’accettabilità sociale. Prima delle ruspe bisogna spiegare in maniera completa, trasparente e corretta i benefici. Per parlare più chiaramente, della riduzione della bolletta della luce».

 

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