Ritorno del nucleare a Nord Est, l’esperta: «Questi sono territori sismici, servono verifiche molto accurate»

Maria Eliana Poli, docente di Geologia strutturale all’Ateneo di Udine, invita alla prudenza: «Tante in Fvg le faglie attive, partito un progetto per ulteriori indagini»

Giacomina Pellizzari
Eliana Poli, docente di Geologia strutturale all’Università di Udine
Eliana Poli, docente di Geologia strutturale all’Università di Udine

«La sismicità in Friuli Venezia Giulia e in Veneto richiede verifiche molto accurate sulla presenza di sorgenti che possono originare grossi terremoti e arrivare fino in superficie. Prima di costruire una centrale nucleare, l’Agenzia per la sicurezza atomica impone di verificare sia lo scuotimento legato al terremoto in sé, sia la possibilità delle faglie di arrivare in superficie e dare dislocazioni che possono provocare parziale o totale inagibilità degli edifici». La professoressa Maria Eliana Poli, docente di Geologia strutturale all’Università di Udine, invita alla prudenza perché nel Triveneto le zone non sismiche sono molto poche.

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Un'immagine della centrale nucleare di Krsko attualmente operativa in Slovenia

Questa sismicità diffusa cosa richiede?

«Verifiche molto accurate perché sia il Veneto sia il Fvg sono regioni sismiche: per costruire un sito nucleare di ultima generazione bisogna essere certi che non ci sia la possibilità che siano investite da problematiche legate anche a terremoti distanti, registrati in Slovenia».

Quali sono le zone più soggette a rischio sismico?

«Tutta la fascia pedemontana veneta e friulana, dalle Prealpi Venete alle Carniche e Giulie, è quella che al momento sviluppa i terremoti più importanti. Ciò non esclude la presenza di faglie che possono attivarsi più internamente, penso al tolmezzino sede del sisma del 1928 o alle Giulie sede del terremoto più grande mai osservato in Friuli nel 1348. Dopodiché si rilevano anche le conseguenze delle faglie trascorrenti della Slovenia occidentali che si stanno propagando in Friuli e Veneto, o di quella che ha generato il terremoto del veronese che ha come zona epicentrale la fascia verso la pianura. Diciamo che bisogna stare molto attenti: in entrambe le regioni le zone non sismicamente interessate sono molto poche».

Vale anche per le zone industriali: penso a Marghera?

«Marghera non ha grossi problemi sismici. Qui faglie attive non ci sono, almeno non si conoscono, ma vista la sua posizione ci sono problemi di substrato che si possono risolvere tecnicamente in altro modo».

Pensando alle zone portuali, qual è la situazione a Monfalcone?

«A Monfalcone bisognerebbe andare a vedere se dal punto di vista sismico siamo più vicini a sorgenti teoricamente attive. Mi riferisco a faglie di tipo trascorrente che caratterizzano la parte orientale del Friuli e occidentale della Slovenia. Queste faglie hanno dato anche storicamente terremoti piuttosto importanti: andrebbe verificato se a Monfalcone passa questa tipologia di faglie e se, dal punto di vista dello scuotimento sismico, può essere interessato dagli effetti provocati da terremoti distanti».

In Slovenia dove c’è una centrale nucleare attiva che tipo di verifiche sono state fatte?

«I colleghi sloveni hanno valutato la pericolosità sismica sia dal punto di vista dello scuotimento, sia se le faglie nelle vicinanze possono dare pericolosità per fagliazione capace. Sono le faglie che quando si muovono non danno solo scuotimento sismico, ma riescono ad arrivare in superficie e danno rottura superficiale. Un protocollo molto rigido dell’Agenzia per la sicurezza atomica obbliga, per costruire centrali nucleari, a verificare tutte le pericolosità, in particolare quella sismica. Vanno accertati sia il possibile danno per scuotimento sia per fagliazione attiva e capace. In Slovenia alcuni colleghi pensano che gli studi effettuati non siano stati abbastanza approfonditi, ma si possono sempre fare ulteriori indagini».

C’è una mappa delle faglie attive?

«In Friuli c’è ed è uno strumento di base molto importante. Per conoscere invece quali faglie possano arrivare in superficie e romperla, stiamo iniziando a fare ulteriori indagini con il progetto di microzonazione sismica. Il Veneto è un po’ più indietro, non ha una mappa aggiornata delle faglie attive però sta facendo la microzonazione sismica».

Quante le faglie attive in Fvg?

«Tante. Inutile dare numeri. bisognerebbe sapere di ognuna la lunghezza e il potenziale sismogenetico. Il contesto geologico non ha confini, bisogna sempre lavorare assieme per scambiarsi i dati e capire come sta funzionando tutto nell’insieme».

Possono crearsi nuove faglie attive?

«Attualmente la conoscenza è quella che è descritta nel database disponibile sul sito della Regione, ma è possibile che si trovino nuove faglie come è possibile che dagli studi si veda una faglia ritenuta potenzialmente capace di dare un grosso terremoto ferma da alcune centinaia di migliaia di anni e quindi, probabilmente, non si attiverà più».

Quanti anni devono passare per giudicare una faglia non più attiva?

«Secondo alcune valutazioni la faglia è attiva quando si è mossa negli ultimi 2,5 milioni d’anni; per Ispra vanno considerati gli ultimi 125 mila anni. Il progetto di microzonazione invece la ritiene attiva quando s’è mossa negli ultimi 40mila anni».

 

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