Nucleare, Veneto e Friuli Venezia Giulia aprono al ritorno dell’atomo: «Un’opportunità»
Dopo il via libera del Senato al disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, gli industriali di Veneto e Friuli Venezia Giulia guardano con favore alla nuova fase. Al centro ci sono energia stabile e competitiva, investimenti e sviluppo, ma anche il confronto sulla localizzazione degli impianti

Il via libera definitivo del Senato al disegno di legge delega sul nucleare sostenibile riapre la partita dell’energia atomica in Italia, chiusa da quasi quarant’anni.
Da quando, cioè, all’indomani del disastro di Chernobyl , i tre referendum abrogativi stopparono definitivamente la strategia nucleare italiana. Il nuovo impulso dato dal governo Meloni e avallato dal Parlamento è accolto favorevolmente in Friuli Venezia Giulia e Veneto dagli esecutivi regionali e dal mondo industriale.
Il disegno di legge delega
Il provvedimento ha lo scopo di ridare all'Italia una normativa sulle centrali atomiche, assegnando al governo la delega per emanare decreti (dovrebbero arrivare entro l’anno) che disciplinino la materia.
E definisce i campi d'intervento: costruzione ed esercizio delle centrali, produzione di idrogeno tramite energia nucleare, gestione del combustibile esaurito e sicurezza, istituzione degli organi di controllo.
Friuli Venezia Giulia
Per Fedriga, che solo pochi giorni fa aveva messo in guardia dalla tentazione di «cavalcare la protesta del momento per lucro elettorale», il voto del Parlamento è una risposta efficace alla necessità di «affrontare con pragmatismo la questione energetica».
Premesso che «parliamo di un tabù che andava vinto», il governatore spiega che la via giusta è quella «delle tecnologie di nuova generazione in grado di limitare l’impatto sui territori e di rafforzare la sicurezza energetica». Più prudente, invece, la posizione sul possibile raddoppio di Krško: «È in corso di valutazione l’affidabilità di quell'impianto».
Se Fedriga indica la direzione, Scoccimarro mette sul tavolo la disponibilità della Regione. «L’approvazione del ddl sul nucleare», osserva l’assessore all’Ambiente «rappresenta uno snodo storico, segnando la caduta di un tabù che ha penalizzato lo sviluppo dell’Italia per decenni».
La tesi, rilanciando le parole di Giorgia Meloni, è che «la vera transizione ecologica non si realizza con i divieti ciechi, bensì con il pragmatismo, la neutralità tecnologica e il coraggio delle grandi scelte. In questo rinnovato scenario, il Fvg è pronto a confermarsi ancora una volta come modello virtuoso e all’avanguardia». E dunque, la Regione è pronta «a normare anche questa nuova fase con la massima efficacia e velocità, per tradurre le grandi riforme nazionali in vantaggi strutturali e tangibili sul territorio, per famiglie e imprese».
Non manca un avvertimento: «L’augurio, di fronte a questo passo fondamentale per il sistema Paese, è che i soliti esponenti politici e i ben noti comitati del “No a tutto” depongano le armi del pregiudizio. Speriamo capiscano l’importanza strategica e storica di questa scelta, che non è una semplice bandiera politica, ma una garanzia imprescindibile per la sicurezza, lo sviluppo e il futuro stesso dei nostri giovani».
Gli industriali Friulani
Pure il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti guarda al percorso che inizia. «La legge è la poesia, poi naturalmente serve la prosa», dice. E la prosa «dovrà fare i conti con l’ostilità che può accompagnare la realizzazione di nuovi impianti».
Di qui la proposta di considerare le centrali nucleari come siti militari, «perché vanno create le condizioni giuste in un sistema dove il comitatismo normalmente vince». Nessun dubbio, dunque, sull’urgenza: «Vorrei essere ancora vivo quando si metterà la prima pietra della prima centrale nucleare». Con lo sguardo comunque rivolto anche al raddoppio di Krško: «Mangiarotti Westinghouse, che è in grado di realizzare buona parte dell’infrastruttura tecnologica, ce l’abbiamo in casa, a Monfalcone. Si tratterebbe di un investimento utile a dare energia a basso costo per almeno 40 anni all’industria e alle famiglie».
Detto che la sfida sarà ora «tradurre questa scelta in un programma concreto, con tempi, investimenti e responsabilità chiaramente definiti», Agrusti precisa che lo sviluppo di nuovi impianti può generare opportunità per la meccanica, la componentistica, l’impiantistica e i servizi tecnologici avanzati, favorendo investimenti e occupazione qualificata.
Anche per Luigino Pozzo, presidente di Confindustria Udine, «finalmente cominciamo a parlare di nucleare, perché oggi non abbiamo alternative: a questi prezzi dell’energia il manifatturiero rischia di morire». Per Pozzo, il nodo è la competitività dell’industria, stretta fra costi energetici superiori a quelli di altri Paesi europei e una concorrenza globale sempre più forte: «Abbiamo lavorato molto sulle rinnovabili, ma dobbiamo arrivare a un prezzo dell’energia disaccoppiato da quello del gas. Il Governo deve trovare una soluzione e l’Europa deve avere una politica energetica comune».
L’obiettivo, aggiunge, è ridurre la dipendenza dalle materie prime importate e accorciare la catena di fornitura. In questo quadro il nucleare diventa una necessità: «Oggi il nucleare di quarta generazione non ha i rischi che associavamo alle centrali del passato. È una soluzione doverosa per salvaguardare il tessuto industriale e l’occupazione». E sui tempi avverte: «Non possiamo più chiederci se dobbiamo farlo. È un passo da fare, ma in tempi molto brevi. Anche i 12 mesi previsti per studiare la norma sono già troppi: siamo molto in ritardo».
Il governo
Vannia Gava, viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, parla a sua volta di «risultato storico, al quale abbiamo lavorato con convinzione e responsabilità. Come Lega», sottolinea, « non abbiamo mai ceduto di un millimetro: è una battaglia che Matteo Salvini e il movimento hanno portato avanti dal 2018». Il nucleare di nuova generazione, assicura, «significa più sicurezza energetica, energia competitiva per famiglie e imprese e un contributo concreto alla riduzione delle emissioni. Al Mase saremo chiamati a dare rapidamente attivazione alla delega».
(Marco Ballico)
Il Veneto
Gli industriali veneti lo sostengono da tempo, parecchio tempo, che il nucleare è la strada necessaria per lo sviluppo del Veneto. Perché la crisi energetica di questi anni fa decisamente più paura del fantasma di Chernobyl, reso via-via più evanescente dall’evoluzione tecnologica.
E perché altri Paesi vicini, Spagna in primis, già si sono mossi in questa direzione: l’Italia e il Veneto non possono restare al palo. Per cui quando si chiede a Fabio Zanardi, advisor Energia di Confindustria Veneto, di valutare tra opportunità e rischi del ritorno del nucleare sostenibile, non esista un istante: «Solo un’opportunità», la risposta netta, «nel rispetto di tutte quelle che sono le valutazioni ambientali».
E per non lasciare dubbi di sorta: «L’unico cruccio è che il decreto sia stato fatto solo nel 2026», dice Zanardi, «Se fosse partito cinque anni fa, magari saremmo molto più vicini alla mèta». Di qui l’invito a non fermarsi: «Stiamo attenti a non averne altri, di crucci: il via libera rappresenta solo l’inizio di un percorso che dovrà passare dai decreti attuativi».
Un messaggio alle istituzioni di governo; la Regione Veneto, da parte sua, sceglie la via della prudenza, soluzione inevitabile visto che appena due anni fa la maggioranza si era schierata contro il nucleare. Il Friuli Venezia Giulia, invece, ha virato con decisione verso il “sì”.
Energia sicura
Per le imprese venete il nucleare rappresenta la possibilità di contare su energia stabile, programmabile e a costi sostenibili.
«È l’occasione di avere l’energia secondo il modello spagnolo», spiega Zanardi, «con una componente sempre maggiore di rinnovabili, ma dove ci sarà un carico base programmabile fatto da una fonte che non produce emissioni, che costa relativamente poco, che dà continuità e stabilità e non ci fa dipendere da Paesi a rischio».
I tempi
Con le elezioni all’orizzonte, l’auspicio degli industriali è che il progetto del nucleare non venga rimesso in discussione: «Faremo tutto il possibile affinché questa idea trovi attuazione nei tempi previsti, che non si debba fra un anno ricominciare tutto dall’inizio», rileva l’advisor di Confindustria Veneto.
Sul ruolo del Veneto, Zanardi invita a evitare la logica del “non nel mio giardino”: «Avere un territorio preservato con industria che produce e crea ricchezza e occupazione e tecnologia è un mix con componenti tutte irrinunciabili».
La localizzazione
Paola Carron, presidente di Confindustria Veneto Est entra nel merito delle ricadute locali: «Per un territorio come il Veneto, fortemente manifatturiero e caratterizzato da una presenza significativa di imprese energivore, il tema dell’energia è ormai una priorità industriale e non può più essere rimandato. Avere energia sicura, stabile, competitiva e sostenibile è una condizione essenziale per la competitività delle nostre imprese e per accompagnare la transizione verso un’economia a basse emissioni».
Il nucleare, sostiene Carron, rappresenta un’opportunità in una strategia energetica complessiva. «Non si tratta di scegliere tra nucleare e rinnovabili, ma di costruire un mix equilibrato, nel quale le diverse fonti possano contribuire, ciascuna secondo le proprie caratteristiche, a garantire sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità e competitività dei costi. Da questo infatti dipende la competitività delle nostre imprese sui mercati».
C’è poi la centralissima questione della localizzazione degli impianti: «Sarà un confronto importante, che dovrà essere affrontato con trasparenza, rigore scientifico e il coinvolgimento dei territori. Ma oggi il punto di partenza deve essere chiaro: per un Paese manifatturiero come l’Italia, e in particolare per un territorio industriale come il Veneto, non possiamo permetterci di rinunciare a nessuna delle tecnologie che possono contribuire a costruire un sistema energetico più sicuro e competitivo».
(Sabrina Tomè)
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