Le terre rare per l’Ue stoccate nel Nord Est a Trieste o Marghera
Il governo guarda ai due scali per creare un deposito strategico di queste materie prime, critiche da conservare, in modo da garantire le forniture in caso di nuove crisi

Il governo guarda al Nord Est per realizzare un deposito dove conservare materie prime critiche, per garantire all’Italia e all’Europa la continuità dell’approvvigionamento in una fase in cui guerre militari e commerciali stanno esasperando la dipendenza strategica del Vecchio continente da litio, grafite, berillio, cobalto, fluorite, manganese, nickel e terre rare. Il ministero delle Imprese ha aperto il dossier e stabilito che il deposito dovrà sorgere in un’area portuale scelta fra Trieste e Monfalcone, Venezia Marghera o Ravenna.
Roma ha cominciato a scandagliare il territorio alla ricerca del luogo più idoneo e venerdì il ministro Adolfo Urso ha confermato l’avvio di un primo confronto su Marghera con il governatore del Veneto Alberto Stefani. Secondo quanto ricostruito da Il Piccolo, tuttavia, Venezia è solo una delle opzioni e anche la soluzione triestina è ritenuta appetibile, per gli alti fondali e i collegamenti infrastrutturali verso Austria e bassa Germania, ovvero una delle aree europee a maggior densità industriale.
Il governo si muove sulla falsariga del Critical Raw Materials Act. Si tratta della strategia con cui l’Ue vuole dotarsi di una linea chiara sulla delicata questione delle forniture di 34 materie prime critiche, fra cui 18 terre rare (dal neodimio al praseodimio, passando per disprosio, terbio, cerio, lantanio e ittrio). L’Europa sconta una pressoché totale dipendenza dall’estero (Cina in particolare) ed entro il 2050 stima che servirà una quantità di terre rare fino a 12 volte maggiore, mentre per il litio si parla addirittura di 60 volte. Difficile farne a meno, perché con queste sostanze si producono batterie per auto elettriche, pannelli fotovoltaici, magneti, fibre ottiche e microchip. Per rafforzare l’autonomia nel campo del digitale, della transizione energetica e della difesa, il piano prevede il ritorno delle attività estrattive sul suolo europeo, la diversificazione delle importazioni, un impulso al riuso e la creazione di depositi che permettano all’industria continentale di reggere – per alcuni mesi almeno – in caso di crisi internazionali che interrompano le catene di fornitura.
Rispetto al terzo punto, un primo sito sarebbe in via di individuazione nella zona manifatturiera nevralgica posta tra Francia e Germania, servita dal porto di Rotterdam. L’Italia si è messa in movimento per candidarsi a ospitare il secondo deposito e la questione è già stata affrontata in diversi incontri tra il ministro Urso e il commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné. La proposta del Mimit è di offrire all’Europa non soltanto un luogo di stoccaggio, ma pure un modello di funzionamento del deposito, che possa essere replicabile altrove.
Urso sottolinea quanto sia «assolutamente necessario garantire l’approvvigionamento delle materie prime critiche e delle terre rare per le nostre imprese, a fronte dei rischi geopolitici e geoeconomici derivanti da conflitti armati, guerre commerciali e competizione globale. Ho candidato il nostro Paese a ospitare uno dei due depositi strategici dell’Ue, fondamentali in caso di choc degli approvvigionamenti».
Il ministro indica le caratteristiche del sito: «Servono collegamenti e vicinanza al cuore industriale d’Europa. Questo deposito strategico sarà collocato nel Nord Est e rifornirà le industrie italiane ed europee lungo l’asse del Brennero. Questo primo deposito deve prevedere un grande porto, un retroporto e una piattaforma logistica sufficientemente ampia per rifornire le imprese europee».
Roma presenterà un dossier alla fine dell’estate e ha già scelto i porti del Nord Est, per la vicinanza al tessuto industriale dell’Italia settentrionale e per le connessioni ferroviarie e stradali con Austria e Germania. Il primo sondaggio del padovano Urso è stato fatto con il governatore del Veneto Stefani, alla ricerca di occasioni per rilanciare la funzione industriale di Marghera e forte della presenza dell’interporto di Verona: un sopralluogo si terrà nelle prossime settimane. Nulla si è però ancora deciso e fonti vicine al dossier assicurano che il porto di Trieste fa parte del ragionamento, con l’avvio di una raccolta di informazioni sugli spazi disponibili che riguarda anche Ravenna. Trieste e Venezia restano però le ipotesi più percorribili: non a caso, Urso aveva già candidato a suo tempo i due porti a servizio di quella ricostruzione dell’Ucraina che è rimasta però sulla carta.
Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste e Monfalcone, Marco Consalvo, si mette a disposizione del governo: «Questo tipo di carichi si basa su grandi volumi e i fondali di Trieste possono garantire i pescaggi importanti necessari per le navi, così come un network di connessioni terrestri su ferro e gomma verso aree come Austria, Germania ed Europa centrale. Siamo pronti a saltare su questo progetto, se il ministero riscontrerà che ci sono le condizioni necessarie».
Quanto alla location ideale, Consalvo evidenzia che «un deposito del genere non necessariamente deve sorgere in porto, ma lo vedrei bene nel retroporto, collegato al sistema logistico del nostro scalo». —
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