Deposito di terre rare a Marghera, la conferma dalla Commissione Ue

Marinese (Confindustria): «Iniziativa virtuosa, che può portare lavoro. Il luogo è assolutamente adeguato»

Laura Berlinghieri, Mitia Chiarin
Una veduta dall’alto di Porto Marghera
Una veduta dall’alto di Porto Marghera

«Il vicepresidente ha avuto modo di affrontare la questione durante la conferenza stampa a Roma con il ministro Urso l'8 aprile». E quindi se ne riparlerà più avanti, al palesarsi di «ulteriori sviluppi riguardanti questo progetto o il bando di concorso».

La Commissione Ue

La conferma dell’esistenza di un “progetto Porto Marghera”, per la realizzazione del primo sito di stoccaggio europeo per le materie prime critiche, arriva dalla stessa struttura di Stéphane Séjourné, vicepresidente della Commissione Ue per la Prosperità e la Strategia industriale.

È lui il primo attore interessato. Perché dal testo del dossier italiano – l’estate per prepararlo, ottobre per presentarlo – potrebbero arrivare quelle linee guida tanto attese e divulgabili anche agli altri Paesi europei.

«Dal Covid, all'Ucraina, e ora il Medio Oriente, ogni volta sono sempre le stesse cause a creare le stesse conseguenze. Le dipendenze strategiche dall'energia diventano una vulnerabilità per gli Stati membri e i prezzi salgono» aveva detto lo stesso Séjourné, mercoledì scorso a Roma, dopo un bilaterale – l’undicesimo in pochi mesi – con il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso.

Quella, l’occasione in cui il titolare del Mimit aveva spinto, con più concretezza, per la soluzione italiana. Il passo successivo: Porto Marghera. Soluzione individuata domenica scorsa, al Vinitaly, nell’ambito di un ulteriore faccia a faccia, tra il ministro e il presidente veneto Alberto Stefani.

Una soluzione che piace al territorio e all’economia. Segno dei tempi difficili, anche questo; in una regione nella quale, appena tre anni fa, si sognava la creazione di una nuova Silicon Valley di Intel. E che oggi, i chip, prova a salvarli.

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La redazione
Il progetto a Porto Marghera

Perché sì

«Le terre rare ci servono e di spazi industriali ne abbiamo tanti. Marghera è un polo industriale con una grande infrastruttura e differenziare le attività in un ciclo produttivo è fondamentale» commenta ad esempio Vincenzo Marinese, vicepresidente di Confindustria, con un passato da numero uno degli industriali veneziani (e rodigini).

Certo, non c’è solo la laguna. E altre grandi città portuali si affacciano alla finestra, interessate: Trieste, Genova, Taranto. Ma il progetto incardinato al Mimit, al momento, ha le coordinate del capoluogo veneto. «Se vogliamo spingere sull’energia da fonti rinnovabili e su un processo industriale innovativo, il tema delle terre rare diventa centrale» continua Marinese, «già ne abbiamo poche, almeno stocchiamole».

E le poche, chiaramente, dovrebbero arrivare da oltre confine. Per questo l’Unione Europea sta lavorando con l’Australia per garantirsi un canale privilegiato, con il Paese che è tra le miniere più ricche di questi minerali. È di appena tre settimane fa, ad esempio, la sottoscrizione dell’accordo commerciale per ridurre i dazi sulle materie prime critiche importate da Sydney: alluminio, litio, manganese, nichel, uranio, zinco e, in generale, terre rare.

In un futuro nemmeno così lontano, potrebbero essere stoccate – ma non lavorate – in un deposito a breve distanza dalla laguna veneziana.

«Si creerebbe un modello di business importante – aggiunge Marinese – perché non esiste iniziativa virtuosa che non generi occupazione e ricadute positive sul territorio». Per aggirare il collo di bottiglia di Hormuz, costruendo a Nord Est il nostro deposito per l’Europa. —

 

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