Transizione verde e digitale, Porto Marghera innesco per rilanciare il ruolo di Venezia
La candidatura a polo delle terre rare impone di accelerare sul progetto del porto offshore. Cent’anni fa la città fu estesa per decreto, oggi sono i percorsi di famiglie e aziende a dettare l’aggregato

Porto Marghera nel 1917, cinicamente lanciato in piena Prima Guerra Mondiale; la Grande Venezia nel 1926; e il ponte stradale translagunare, affiancato a quello ferroviario nel 1933: sono queste le pietre angolari sulle quali si è basato all’inizio dello scorso secolo il sistema urbano veneziano alla conquista del suo protagonismo nell’era dell’industrializzazione. Tre pietre legate da una logica stringente.
Il successo di Porto Marghera, che nasce come porto industriale sull’idea geniale delle fabbriche in bocca di miniera perché a filo di banchina, motiva la Grande Venezia; la nuova ricchezza prodotta in terraferma e l’inurbamento richiamato dalle campagne venete e friulane esigono una città all’altezza, e il decreto del 1926 – esattamente cento anni fa –la contermina estendendo il Comune di Venezia a Mestre, Favaro, Chirignago e Zelarino.
La nuova grande città sposta il suo baricentro “al di là dell’acqua”, ma ha l’accortezza di non abbandonare la città storica al suo destino insulare e di continuare a godere della centralità dettata dalla sua storica proiezione globale: il ponte translagunare, con automobili e tram fino a Piazzale Roma, rende fisico questo recupero.
Nuovo protagonismo
Oggi, cento anni dopo, si presenta la possibilità di un nuovo salto di paradigma fondato sugli stessi tre capisaldi alla riconquista di un nuovo protagonismo di Venezia e dell’area metropolitana centro-veneta nell’era dell’economia della conoscenza: verde e digitale. I segnali ci sono tutti, per chi li sappia leggere, ma i germogli vanno coltivati e messi a sistema.
L’innesco è ancora una volta Porto Marghera, dove da almeno quindici anni è in atto una rivoluzione silenziosa. Più appariscente quella logistica, in termini di traffici, dove quelli industriali ed energetici si contraggono mentre crescono quelli commerciali, ma più profondamente incisiva quella energetica e industriale, in termini di innovazione e di transizione, effettiva e potenziale, verso il “net zero” ambientale e il digitale.
Il recente censimento dell’Autorità di sistema portuale ha contato nelle aree portuali 1.442 imprese per quasi 27.000 addetti ed un valore della produzione pari a metà di quello dell’intero Comune di Venezia. Dati destinati a salire perché su Porto Marghera si stanno addensando progetti che vanno dalla manifattura delle tecnologie net-zero, compresa quella delle materie critiche, all’energia da fonti fossili più sostenibili e fonti rinnovabili prodotte e importate, al reinserimento nella logistica oceanica Europa-Asia, ai grandi centri di calcolo magari connessi a cavi sottomarini di telecomunicazione, etcetera.
La candidatura di Marghera a polo europeo delle terre rare ne è il segnale più recente: la banchina torna miniera, ieri per la bauxite, oggi per i minerali della transizione. Il tutto però sottoposto ad una condizione ineludibile: riconnettere mare e banchine in modo nuovo: nel 1917 il mare fu portato a Marghera scavando la laguna; oggi deve essere Marghera ad andare al mare, con una piattaforma d’altura che renda l’accesso indipendente dalla salvaguardia e dall’impiego del MoSE.
Scala urbana
Anche il secondo caposaldo, la Grande Venezia, ha bisogno di manutenzione rigenerativa. Il “sistema locale del lavoro” veneziano, lo certifica l’Istat, si è già esteso, nei fatti, all’area funzionale che comprende oggi diciotto comuni oltre a quello di Venezia. Lì risiede, lavora e studia la “Venezia della gente”.
Nel 1926 la nuova scala urbana si ottenne per decreto; oggi è scritta nei comportamenti quotidiani di imprese e famiglie, e chiede soltanto di essere riconosciuta e governata.
La Città metropolitana di Venezia è lo strumento istituzionale dal quale partire per farlo. Sapendo che la Venezia funzionale è a sua volta parte costitutiva del solo aggregato metropolitano che a Nordest può competere a scala nazionale ed europea: la “città” centro-veneta che, con Mestre e Venezia, comprende Padova, Castelfranco e Treviso. Dal suo sviluppo dipenderà sempre più l’intera economia del Nordest.
I distretti industriali diffusi hanno fatto la fortuna del Veneto nello scorso mezzo secolo. La manifattura ibridata dal digitale e le produzioni digitali di domani chiedono invece oggi “città”: densità di competenze, università, servizi avanzati, connessioni internazionali. In questo aggregato Venezia porta ciò che nessun altro nodo possiede: il porto, l’aeroporto intercontinentale, l’approdo dei cavi di telecomunicazione, la proiezione sul mare.
Il ruolo della città storica
Il terzo caposaldo è il recupero della Venezia storica. Il ponte del 1933 ha mantenuto Venezia storica dentro la Grande Venezia, ma facendone un capolinea decentrato. Oggi quel capolinea accoglie decine di milioni di presenze l’anno di visitatori complicandone ogni altro ruolo nei confronti della Venezia funzionale.
La crescita “probiotica” di Marghera può far guardare con minore preoccupazione al contenimento “antibiotico” della pressione turistica su Venezia storica, ma a condizione che la città storica torni a essere parte viva della Venezia funzionale. Il che significa un flusso contenuto ed ordinato di turisti, compatibile con il suo reinserimento nel circuito dell’economia della conoscenza tramite le università, le fondazioni, i centri di ricerca, e la valorizzazione del suo ruolo di sede delle mediazioni tra l’aggregato metropolitano centro-veneto e il mondo. Ma questo esige, ancora una volta, l’aggiornamento delle modalità di superamento della cesura lagunare. All’altezza dei tempi: una rete sublagunare che faccia del centro storico una stazione di rete anziché un capolinea.
Recuperare Venezia al “dominio de tera” per valorizzarne il “dominio da mar”: è la stessa accortezza del 1926, con mezzi diversi. Porto Marghera aperta al mare in altura, Venezia funzionale governata alla scala del suo mercato del lavoro, Venezia storica collegata sotto la laguna. Allora i tre capisaldi furono imposti dall’alto; oggi devono nascere dal consenso di istituzioni e territori. Ma la sostanza non cambia. Solo così, cent’anni dopo, la Grande Venezia può tornare a servire il Nordest e il Paese.
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