Il Nordest arranca nei data center: «Nessun progetto di grande scala»

La crescita del numero di strutture nell’ultimo anno non basta a colmare il gap rispetto ai territori più avanzati. Tra i problemi le connessioni in fibra e il costo dell’energia

Riccardo Sandre

 

Attualmente sono venti i data center del Veneto, a cui si aggiungono gli otto del Friuli Venezia Giulia e i cinque del Trentino Alto Adige. Complessivamente, l’area del Nord Est nell’ultimo anno ha registrato una forte crescita di queste infrastrutture strategiche, più che doppia di quella ipotizzata da tutti i principali analisti di settore a livello globale. A giugno 2026 infatti, secondo i dati di Data Center Map, i data center dell’area erano appunto circa 33, mentre dodici mesi prima, secondo un’indagine flash di Fondazione Nordest, le infrastrutture presenti sul territorio erano complessivamente 21 (14 in Veneto, sei in Friuli Venezia Giulia e cinque in Trentino Alto Adige).

La crescita in 12 mesi è stata dunque addirittura del 57%. E se è vero che tanto più un territorio parte da numeri ridotti tanto più le percentuali di crescita sembrano roboanti, è vero pure che in termini di numerosità il Triveneto è ancora piuttosto indietro e ospita solo un terzo dei siti censiti nella sola area metropolitana di Milano (ben 91).

«Già il numero dei siti rappresenta la condizione di ritardo del Nordest rispetto ad altre realtà» spiega Raffaele De Bettin, Ceo di Dba Group «ma il fattore dirimente è quello relativo alla capacità di calcolo di ciascuno: ben diverso per costi, efficienza e funzionalità è un data center Hyperscale da 100 MW rispetto ad una media struttura da 10-15 MW di potenza o a un piccolo data center da 0,5 MW».

Un report dell’inizio del 2026 del Politecnico di Milano racconta come le richieste di connessione in AT (Alta Tensione) in GigaWatt di potenza a dicembre 2025 presentino uno squilibrio considerevole: la sola Lombardia vale 34,9 GW, su di un totale di 69,1 GW complessivi in Italia (il rapporto stimato tra il richiesto e l’istallato è pari a meno di 1 a 10), il Piemonte vale 11,7 GW, il Lazio 7,1 GW, la Puglia 3,9 GW. Il Veneto, con 2,9 GigaWatt è quinto nel Paese, seguito dall’Emilia Romagna con 2,7 GW. Subito dopo viene il Friuli Venezia Giulia con 1,8 GW mentre il Trentino Alto Adige si colloca tra le ultime regioni in Italia con 0,1 GW.

Numeri sostanzialmente lontanissimi (anche incorporando l’Emilia Romagna) rispetto a quelli della sola Milano che nel frattempo si è ritagliata un posto come Data Center Hub europeo (i cosiddetti Flapd-m) riuscendo ad accaparrarsi negli ultimi anni una quota ingente (circa il 23%) degli investimenti previsti in sede europea per lo sviluppo di questo asset strategico continentale. Calcolando poi che ogni MW di potenza costa tra i 10 e 15 milioni di euro a seconda della grandezza della struttura (gli Hyperscale hanno un costo al MW inferiore) allora è plausibile pensare che nel solo Triveneto la domanda di investimenti potrebbe raggiungere una cifra a nove zeri nei prossimi anni.

E mentre si susseguono le notizie di nuovi progetti e inaugurazioni di media e piccola dimensione in tutta l’area (dalla recente del DataMine di Trento, al VSix di Padova, passando per il Data Center del Vega di Marghera, per lo sviluppo di quello dell’area Science Park di Trieste e così via), i dati del Politecnico di Milano collocano l’intero Nordest (compresa l’Emilia Romagna) ad una quota di MW di potenza di calcolo realmente istallati pari a circa 48, contro gli oltre 414 della Lombardia e i 609 MW dell’intero Paese.

Nel 2028 la prospettiva nazionale (e lombarda) è di un raddoppio e oltre, mentre il Nordest, ancora secondo le previsioni del Politecnico, sembra non essere in grado di cogliere appieno questo trend. E tuttavia realtà come la quotata Carel, le padovane HiRef e Vertiv, la società di progettazione trevigiana Dba Group (anch’essa quotata in Borsa), la BeanTech di Udine, al lombardo-nordestina Lu-Ve e molte altre, rappresentano solo alcune voci di un elenco che conta molte decine di Pmi e grandi imprese specializzate, spesso ottimamente inserite nei mercati globali, in grado di progettare e costruire i componenti dei data center.

«Gli unici limiti che abbiamo in termini di crescita sono legati alla nostra capacità produttiva», spiega Alberto Salmistraro, Ad del gruppo HiRef che si occupa di sistemi di raffreddamento ma anche della realizzazione di impianti completi per Data Center prefabbricati e modulari. «In pratica la richiesta è ben oltre le nostre capacità di realizzazione. Abbiamo investito nello sviluppo delle nostre linee produttive nel Padovano, e lavoriamo per l’insediamento di due nuovi siti produttivi in Messico e in India. Tutto ciò grazie allo sviluppo di nuove tecnologie di raffreddamento a liquido (Liquid Cooling) che garantiscono maggiore efficienza e riducono sostanzialmente a zero i consumi di acqua».

Ma se la filiera dei data center nel Nordest è forte e innovativa, la partita relativa all’insediamento dei centri di calcolo sul territorio, elemento strategico di competitività per il prossimo futuro, è di tutt’altro tenore. «Il mercato dei data center è governato da grandi investitori privati, principalmente Google, Amazon, Microsoft e Meta che investono cifre enormi per la realizzazione dislocata nel mondo di gradi campus Hyperscale, centri da 100 MegaWatt di potenza e oltre» chiarisce ancora il Ceo di Dba Group, Raffaele De Bettin.

«Noi monitoriamo con costanza il mercato e siamo abbastanza sicuri che non si vede all’orizzonte dei prossimi 3-5 anni alcun investimento di questo genere nel Nordest. Per attirare operazioni così significative infatti sono necessarie per lo meno due condizioni: una riguarda le connessioni in fibra ottica ai massimi livelli di efficienza, necessarie per garantire tempi di latenza adeguati ad esigenze specifiche: da Genova passano i grandi cavi sottomarini che connettono l’Europa centro meridionale al resto del mondo e pure la Puglia è un nodo della rete ma nessuna dorsale in fibra è depositata sui fondali dell’Adriatico settentrionale. Il secondo punto è relativo alla possibilità di ottenere energia a basso costo per alimentare le macchine e i sistemi di raffreddamento. Poi c’è la questione dei tempi e dei modi delle procedure autorizzative, non sempre scontati a queste latitudini», continua De Bettin.

E se sul piano della connettività il Nordest sconta un gap importante, sul piano dell’energia le cose non vanno meglio: secondo i dati di Terna, tra il 2000 e il 2024, la produzione locale di energia elettrica in Veneto è scesa del 49,4%, mentre in Friuli Venezia Giulia è diminuita del 43,5% dal 2020 al 2024. Un fenomeno tutto concentrato tra 2000 e 2010 con la chiusura delle grandi centrali termoelettriche a cui non si è riusciti ancora a dare una risposta concreta. Tutto ciò a fronte di un incremento della richiesta del 9,1% in 24 anni. Un incremento che non tiene ancora conto in maniera significativa della potenziale crescita aggiuntiva legata allo sviluppo di un sistema significativo di data center locali.

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