Dieci anni senza Andrea Pittini: il ricordo del Cavaliere dell'acciaio che ricostruì il Friuli
Osoppo e il Gruppo Ferriere Nord celebrano il fondatore: dalla nascita a Gemona alla sfida del sisma del 1976, l'eredità dell'imprenditore friulano

Ci sono uomini che costruiscono aziende. E poi ci sono uomini che, attraverso la propria impresa, lasciano un segno che va ben oltre i cancelli della fabbrica. Andrea Pittini appartiene a questa categoria. Nel decimo anniversario della sua scomparsa, che ricorre oggi, il suo nome rimane legato alle Ferriere Nord e alla storia dell’industria friulana. Ma ricordarlo solo attraverso la lente d’ingrandimento dell’acciaio, gli stabilimenti e la crescita del gruppo industriale che porta il suo nome significherebbe raccontarne soltanto una parte.
Per comprendere davvero la figura del Cavaliere bisogna guardare al suo rapporto con le persone. Con i tecnici – così li chiamava – che ogni mattina entravano in fabbrica, con le loro famiglie e le comunità che attorno alla fabbrica hanno trovato lavoro e prospettive. E ancora con il Friuli che, nel secondo dopoguerra prima, poi dopo il terremoto del 1976, ha costruito la propria rinascita anche attraverso il coraggio di chi, come il Cavaliere, scelse di investire nella propria terra.
Andrea Pittini nasce a Gemona del Friuli nel 1930. Comincia a lavorare giovanissimo, negli anni difficili seguiti al secondo conflitto mondiale, occupandosi del recupero di materiali ferrosi, compresi quelli provenienti dalle demolizioni. Da quella prima esperienza nasce il percorso che lo porterà, ancora giovane, a sviluppare un’attività industriale destinata a crescere negli anni e a diventare una delle realtà più importanti della siderurgia italiana ed europea: il Gruppo Pittini, un colosso da 2 miliardi di fatturato, con 19 società tra Italia ed estero e 2 mila dipendenti.
Quella del Cavaliere è una storia di lavoro, capacità, intuizioni e investimenti. Ma anche di un legame costante con il territorio: la crescita della sua azienda, Ferriere Nord, ha accompagnato una trasformazione profonda del Friuli, che da realtà prevalentemente agricola ha visto svilupparsi nuove attività produttive e nuove professionalità, offrendo a molte persone una possibilità concreta di emancipazione, di stabilità e di costruzione del proprio futuro.
Poi è arrivato il 6 maggio 1976. Il terremoto che ha devastato interi paesi, senza risparmiare nulla. Case e fabbriche distrutte. Quasi mille morti, sette all’interno di Ferriere Nord. Le certezze che si sgretolano in 56 secondi. Migliaia di famiglie costrette ad affrontare una tragedia immensa. Il sisma mette il Friuli in ginocchio. Non risparmia case né fabbriche. Pittini non ha tentennamenti. Fermarsi non è un’opzione.
La sua risposta alla catastrofe è imperativa: ripartire, riportare in funzione l’attività produttiva. Non parole, ma scelte. Non promesse, ma azioni. Il Cavaliere guarda le macerie e riesce a immaginare, prima, e a realizzare, poi, la rinascita. Capisce che in quel momento, restituire alla gente la fabbrica ha un valore che viene prima di ogni altro. Prima di un tetto sotto il quale dormire. Significa garantire alla gente un lavoro e consentirle di restare nella propria terra. Significa, soprattutto, partecipare alla grande opera collettiva che trasformerà la tragedia del terremoto nella Ricostruzione del Friuli.
Anche per questo il nome di Andrea Pittini è rimasto così legato non soltanto all’industria, ma alla dimensione umana del lavoro. Un imprenditore può essere ricordato per le aziende che ha fondato, per gli impianti che ha costruito, per i risultati economici che ha raggiunto, ma c’è un altro metro per misurare il valore di una vita imprenditoriale: osservare ciò che è rimasto nelle persone che l’hanno attraversata. Quelle persone che nelle ore immediatamente successive al 6 maggio di 50 anni fa lo aspettavano fuori dall’acciaieria, pronte a rimboccarsi le maniche per far ripartire la fabbrica.
Il Cavaliere ha creato occupazione e professionalità, formando generazioni di lavoratori e contribuendo alla crescita di una cultura industriale che ha accompagnato la trasformazione economica del Friuli. A testimoniarlo restano i suoi lavoratori, migliaia di persone per le quali Ferriere Nord non è stata semplicemente un luogo di lavoro, ma una scuola di mestiere, dove imparare, assumersi responsabilità, crescere professionalmente. Non ultimo, una garanzia di stabilità e la possibilità di offrire ai propri figli opportunità che altrimenti sarebbero state più difficili da raggiungere.
Dietro ogni reparto, ogni turno e ogni macchina si sono intrecciati, e si intrecciano, sacrifici quotidiani, rapporti umani, relazioni e percorsi professionali che spesso coincidevano con una parte importante della vita.
Ci sono poi i riconoscimenti. Tanti. Nel 1979 Pittini è stato nominato Cavaliere del Lavoro, nel 1982 è entrato a far parte del Comitato consultivo della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, nel 2002 l’Università degli Studi di Udine gli ha conferito la laurea honoris causa in ingegneria meccanica per i suoi meriti imprenditoriali e il contributo allo sviluppo di soluzioni tecniche innovative nel settore siderurgico.
A questi si aggiunge il riconoscimento delle persone. Quello che non si trova negli albi ufficiali, ma che si è potuto toccare con mano in occasione dell’ultimo saluto al Cavaliere, ospitato – non poteva essere altrimenti – dentro la sua fabbrica, a Osoppo. Fermati gli impianti, l’azienda ha aperto le porte a migliaia di persone. Un tributo imponente alla memoria dell’acciaiere friulano, salutato dalle istituzioni, da tanti esponenti dell’industria italiana e, naturalmente, dai suoi collaboratori. Le immagini di quella giornata raccontano un legame che andava ben oltre il semplice rapporto professionale. Parola del rappresentante dei lavoratori che in quell’occasione ricordò Pittini come un “maestro di vita”.
Il tempo ha cambiato l’industria, le tecnologie, i mercati e il modo stesso di lavorare. Il Gruppo, sotto la guida di Federico, figlio di Andrea, è cresciuto fino a diventare una realtà industriale europea. Sono cambiate le generazioni e sono cambiate anche le esigenze di un territorio che oggi affronta sfide diverse da quelle del dopoguerra e della ricostruzione. Ma alcune storie non appartengono soltanto al passato. Restano perché fanno parte della memoria collettiva. E quella di Andrea Pittini, il Cavaliere, è una di queste.
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