L’importatore di vini negli Usa: dazi inutili, il Prosecco un brand
Massimo Olivella ha in portafoglio 600 etichette di tutto il mondo. «Le bottiglie venete e friulane come Valentino o Versace»

«Se il governo federale degli Stati Uniti dovesse rimborsare le somme già versate per i dazi da quando sono stati introdotti a oggi, potrei comprarmi adesso una tenuta qui, in Friuli o in Veneto».
Massimo Olivella, 55 anni, è un imprenditore italo-americano, proprietario della “Wine Makers Import” con quartier generale a Sarasota, in Florida. In questi giorni, accompagnato dal suo socio Edi Marizza, è in tour in Friuli (ieri era ospite de “I Magredi” di Domanins, nel Pordenonese), alla ricerca di nuovi buoni vini da proporre oltreoceano.
La sua è un’azienda che ha in portafoglio 600 etichette di bianchi, rossi, spumanti e spirits da tutto il mondo (numerose quelle del Nord Est che producono Prosecco, Pinot grigio e Amarone), 2 mila clienti sparsi negli Usa, tra Florida, Ohio, New York, New Jersey e Chicago e un business consolidato, avviato nel 2005.
Olivella resta scettico, anche dopo la sentenza della Corte suprema americana, che di fatto ha bocciato l’introduzione delle tariffe volute dal presidente Trump. E fa capire che, in appena 10 mesi, quell’aggravio di tasse doganali, è costato, eccome.
«Ma i consumi non sono calati - osserva - anzi, nei ristoranti ci va più gente di prima. L’economia, in America, in questo momento va bene. Ci sono tante persone alto spendenti che vanno spesso a mangiare fuori, per lavoro o per piacere. E si bevono un calice di vino in compagnia. E le principali produzioni italiane sono sempre in cima al gradimento degli americani. Il nostro business è florido, la mia azienda fa arrivare negli Usa più di un milione di bottiglie ogni anno».
Ma non per tutti è andata così. «Alcuni importatori, con i dazi hanno perso o ridotto il business perché non sono riusciti a fronteggiare l’emergenza - racconta l’imprenditore - . Io ho fatto un discorso chiaro ai produttori: veniamoci incontro, assorbiamo un po’ per ciascuno la tassa doganale del 15%. Tutti i vignaioli italiani sono stati d’accordo con questa impostazione e così ci siamo distribuiti l’extra costo, più o meno a metà. L’aiuto dei produttori è stato molto importante, per questo li ringrazio. Nonostante le ultime novità dovute alla sentenza della Corte suprema, regna ancora l’incertezza nel nostro settore. L’aumento ulteriore minacciato da Trump? È una mossa autolesionista, così rischia di perdere le elezioni di mid-term. Però non c’è solo la questione dei dazi, incide tanto anche il dollaro debole, che non aiuta e fa aumentare i prezzi. E questo clima, alla lunga, potrebbe rallentare gli affari».
Olivella è comunque fiducioso sul futuro dell’enologia del Nord Est negli Usa. «Il Prosecco è il numero uno - dice - è un brand conosciuto da tutti, come nell’alta moda Valentino o Versace. Gli americani scelgono una bottiglia di Prosecco in base a due cose: quelli più esperti, gli intenditori, se è della zona di Valdobbiadene, tutti gli altri se ha un packaging accattivante, una bella bottiglia, che negli Usa costa tra i 12 e i 14 dollari, un dollaro o due più di un anno fa. Io dico solo che è importante che i produttori veneti e friulani continuino a fare Prosecco come lo fanno oggi, in modo corretto. E che la filiera sia controllata, per evitare errori. Se sbaglia uno, poi ci vanno di mezzo tutti gli altri e questo sarebbe un guaio».
Secondo l’importatore italo-americano il Nord Est ha una grande occasione per diventare un Cru rinomato per il vino, come la Toscana. «Il Friuli Venezia Giulia - conclude - ha potenzialità grandissime, i suoi vini sono stati scoperti in America grazie a Jermann, che è stato un pioniere. Qua da voi c’è tutto, mare, montagna, collina. Credo sia il territorio che ha più margini di crescita per quanto riguarda l’enoturismo, l’importante è mettersi a lavorare e restare uniti, con il Veneto, per fare sistema».
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