Electrolux, la crisi spaventa anche l’indotto tra Veneto e Friuli Venezia Giulia
Lunedì si riunirà un primo tavolo con le due Regioni, i tagli annunciati mettono a rischio decine di aziende del territorio anche se negli ultimi anni il gruppo si era già rivolto a fornitori cinesi

Le resistenze per i forni a Conegliano, i timer nel Bellunese, le elettrovalvole nel Vicentino, maniglie e manopole nel Trevigiano. I motori elettrici delle lavatrici e la filiera dello stampaggio in plastica nel Pordenonese. La mappa della catena di fornitori Electrolux è variegata e disseminata tra Veneto orientale e Friuli. Sono tante, tantissime le piccole e medie industrie, cresciute tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del secolo scorso, all’ombra dei colossi Zoppas e Zanussi, grazie all’intraprendenza di numerosi ex dipendenti dei big del bianco che scommisero sul loro know how e si misero in proprio. Rappresentano ancora oggi l’ossatura dei fornitori degli stabilimenti italiani della multinazionale svedese, soprattutto quelli di Susegana e Porcia, vantano fatturati di tutto rispetto, complessivamente di centinaia di milioni e danno lavoro ad alcune migliaia di addetti.
Valduga: «Già pagato la fuga»
Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Compressori dei frigoriferi, lamiere, acciai e componentistica elettronica utilizzata da Electrolux sono già made in Cina. «Noi abbiamo pagato in anticipo la crisi del settore elettrodomestico in Italia», commenta con una punta di amarezza Chiara Valduga, presidente del gruppo Cividale. La Zml, infatti, azienda di Maniago che appartiene al gruppo Cividale, storicamente era un primario fornitore di Electrolux, a cui inviava componenti in ghisa. «Purtroppo da qualche anno», aggiunge Valduga, «Electrolux si approvvigiona per lo più in Paesi low cost».
E individuare quali siano questi Paesi low cost non è così complicato. Sui compressori, per esempio, non c’è più partita. «Solo vent’anni fa», osserva Luigi Campello, storico manager di Electrolux White Goods, «la Cina produceva il 15% dei compressori di tutto il mondo, che venivano assorbiti dal mercato interno, lasciando quindi ampi margini ad altri produttori, in Europa. Oggi invece Pechino realizza il 70% dei compressori venduti nel mondo e ha azzerato la concorrenza: mi sembra un fatto piuttosto indicativo. Ciò che è rimasto della fornitura riguarda essenzialmente le lavorazioni plastiche: Rosaplast, per esempio, è la fabbrica più importante, un’azienda che è stata brava a seguire l’evoluzione del settore. L’altro mondo interessante è legato a Zoppas, che vendette la sua azienda a Zanussi nel 1970, ma che mantenne tutta la componentistica, con una visione che si è rivelata lungimirante».
A proposito di numeri. Sono almeno una cinquantina, secondo le stime del direttore del Cluster Comet Salvatore Maisto, le aziende fornitrici di Electrolux. «Si trovano», dice, «in un raggio di 35 chilometri da Porcia, quindi tra Veneto orientale e le province di Udine e Pordenone. Oltre a chi si occupa della plastica, c’è anche la filiera della lavorazione della lamiera e una parte che fa meccanica di precisione, cablaggi, elettronica e qualche assemblaggio di determinati componenti che poi vengono venduti alla casa svedese, a Porcia o a Susegana».
Agrusti: «Dazi sulla Cina»
Non è detto però che l’emorragia della componentistica sia finita qui. «La concorrenza cinese diventa sempre più aggressiva anche per gli stampaggi in plastica», ammette il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti che, per martedì prossimo, 19 maggio, ha convocato a Pordenone un vertice con i suoi colleghi delle cinque Confindustrie in cui sorgono gli impianti Electrolux. «Abbiamo attualmente una dipendenza significativa con il Far East per le schede di controllo, i display, gli acciai, i motori. Con l’elettrodomestico stiamo vedendo lo stesso film dell’automotive, c’è un deficit di competitività importante a livello di sistema, dovuto anche ai costi dell’energia elevati. La potenziale sofferenza della fornitura locale non è quantificabile, perché il piano industriale dove vengono previsti i futuri volumi di produzione di Electrolux non è ancora stato reso noto».
La soluzione? Secondo Agrusti una sola: «Tariffe doganali elevate sui prodotti finiti importati dalla Cina. E, nel contempo, un’area doganale unica tra Stati Uniti, Ue e Mercosur libera dai dazi. Altrimenti non ne veniamo fuori».

Bitonci: «Un primo incontro»
Intanto, dopo l’annuncio shock di Stoccolma, che prevede 1.700 esuberi in Italia e la chiusura della fabbrica di Cerreto, politica e istituzioni corrono ai ripari. Lunedì prossimo, come anticipa l’assessore regionale veneto Massimo Bitonci, è stato convocato a Venezia l’incontro con le parti sociali, propedeutico al tavolo nazionale programmato al Mimit il 25 maggio.
Alla riunione di Palazzo Balbi saranno presenti, in videoconferenza, pure gli assessori regionali del Friuli Venezia Giulia Sergio Emidio Bini (Attività produttive) e Alessia Rosolen (Lavoro), insieme ai sindacati. «Ritengo che oggi la questione si configuri su un piano che non può sintetizzarsi in una mera ristrutturazione», sostiene Bitonci, «e che invece si imponga una più ampia riflessione strategica sulla nostra politica industriale e sulla difesa delle produzioni e dell’occupazione sul territorio.
Operativamente è importante che dal confronto emerga un maggior livello di consapevolezza, funzionale a definire soluzioni adeguate».
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