La storica delegata di Electrolux: «Così perdiamo il cuore della fabbrica»

Paola Morandin, in fabbrica a Susegana dal 1988, militante della Fiom Cgil e ripetutamente delegata, racconta come è cambiata la fabbrica in quasi quarant’anni: «Non vorrei abbandonare la barca nel momento di maggiore incertezza»

Francesco Dal Mas
Paola Morandin, militante della Fiom Cgil e ripetutamente delegata, all’esterno dello dello stabilimento di Susegana
Paola Morandin, militante della Fiom Cgil e ripetutamente delegata, all’esterno dello dello stabilimento di Susegana

Nel 2014 ha stazionato all’ingresso Electrolux di Susegana notte e giorno, vegliando da un camper. «Ma la situazione di oggi è peggiore, in prospettiva. Allora ci chiedevano tagli di stipendio, pause ridotte, ritmi più veloci. E la chiusura della fabbrica era solo una minaccia. Oggi, invece, ci sono gli esuberi, quanti ancora non si sa, ma sicuramente qualche centinaio. E, appunto, in prospettiva la cessione dello stabilimento ai cinesi, ben che vada, la chiusura se il mercato dei frigo non si riabiliterà».

A testimoniare è Paola Morandin, in fabbrica dal 1988, «quando», ricorda, «era quasi un orgoglio lavorare in quello che era lo stabilimento di frigo più automatizzato al mondo».

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Da sempre militante della Fiom Cgil, ripetutamente delegata, Paola non ha mai rinunciato alla catena di montaggio. «Allora si lavorava a isole, era una novità assoluta. Oggi la catena è a ritmo vincolato. La differenza tra le catene cosiddette a tapparella, come un tempo, e le catene di nuova generazione, quelle appunto di oggi, è che tu mandi via il frigo con un pulsante, quando l'hai finito. Però hai il tempo imposto. Cioè, non hai che lo mandi via quando vuoi tu. Hai un tempo imposto, 38 secondi: per apporre il vetro o per applicare le mensole, oppure il cruscotto. Secondo me era più vivibile la prima innovazione. Quest’ultima va bene all’azienda, ma non al lavoratore, che non viene messo a proprio agio. Hai sempre questa sensazione di essere in ritardo e di lasciare il buco e questo ti fa andare più in fretta di quello che dovresti andare».

Il 25 maggio, nell’incontro al ministero delle Imprese, l’azienda si presenterà, probabilmente, con un’offerta di cassa integrazione, solidarietà, incentivi alle dimissioni per chi è vicino alla pensione. E Paola lo è. «La tentazione di approfittare c’è, perché è questa volta la situazione è davvero brutta. Ma proprio per questo non vorrei abbandonare la barca nel momento di maggiore incertezza», ammette, «ero presente al vertice di Mestre, l’11 maggio, e ho avuto l’impressione che l'azienda non ci abbia detto tutto bene fino in fondo. Ha messo in giro il piano a grandi linee per tutti gli stabilimenti, ma non ha dettagliato e non ha specificato le ricadute sito per sito. Ogni volta che tu fai dei tagli sia di prodotto sia di dipendenti, vai verso una fabbrica sempre più ristretta. Se la crisi arriva con la fabbrica ristretta, è facile vedere la fine. Se oggi a Susegana siamo così deboli, pur in presenza di un investimento da 180 milioni di euro, cosa ne sarà del futuro prossimo? Potremmo produrre un milione di frigo, questa è la capacità delle nuove linee Genesi, ne sforniamo 600.000. Quando sono entrata, o subito dopo, eravamo 2.000 dipendenti, oggi siamo poco più della metà, 1.150. Dall’anno scorso si sono chiuse circa 200 postazioni».

Paola si concede una pausa ed estrae dalla borsa degli appunti raccolti con i delegati dio fabbrica. «La traiettoria dell’occupazione negli stabilimenti Electrolux di Susegana, Forlì e Solaro dal 2010 ad oggi», sottolinea, «racconta una storia di progressivo restringimento del perimetro industriale. Se nel 2012 la sfida era mantenere i volumi post-crisi, nel 2026 la sfida è salvare il cuore tecnologico di un settore che rischia di scomparire sotto la spinta della concorrenza globale e dei costi energetici». Arriveranno i cinesi di Midea? «A Mestre ci hanno detto di no. Ma vedrai».

La situazione di oggi, secondo Morandin, ha dei precedenti che la facevano intuire, seppur non negli sviluppi attuali. «Il 2024 ha segnato l'inizio di una nuova fase discendente. Nel febbraio di quell'anno, la multinazionale ha annunciato la necessità di un riassetto organizzativo per rispondere al calo della domanda e all'aumento dei costi operativi. Il piano ha individuato 373 esuberi a livello nazionale, suddivisi tra operai e impiegati, con un impatto differenziato tra i vari siti», racconda la delegata, «la gestione di questi esuberi è avvenuta all'insegna della non coattività: i sindacati hanno ottenuto che le uscite fossero esclusivamente volontarie e incentivate, cercando di minimizzare l'impatto sociale. Questa fase ha mostrato come la crisi non stesse colpendo solo la produzione manuale, ma anche le strutture amministrative, riflettendo una volontà aziendale di snellire la gerarchia organizzativa per migliorare la velocità di risposta al mercato».

L'analisi che Morandin sta condividendo con gli altri delegati ed i rispettivi sindacati è puntuale e, al tempo stesso, preoccupante. «L’industria italiana del bianco, un tempo pilastro dell’eccellenza manifatturiera nazionale, ha attraversato nell’ultimo quindicennio una metamorfosi profonda, segnata da una tensione costante tra il mantenimento della capacità produttiva e le feroci logiche della competizione globale. In questo scenario, il gruppo Electrolux ha rappresentato il baricentro di un intero settore, gestendo un’eredità industriale complessa che affonda le radici nell’acquisizione della Zanussi e che si è trovata a fare i conti con crisi cicliche, transizioni tecnologiche e riassetti organizzativi radicali. L’analisi dell’andamento occupazionale negli stabilimenti di Susegana, Forlì, Solaro, Porcia, integrata nel contesto più ampio della presenza del Gruppo in Italia, rivela una traiettoria che si snoda tra la resistenza dei distretti industriali e la progressiva contrazione della forza lavoro in favore di modelli di produzione ad alta automazione e valore aggiunto».

 

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