I Wallenberg e il Nordest: la dinastia che da Stoccolma decide il destino industriale

Un impero svedese da oltre 102 miliardi che governa pezzi strategici: controlla da Electrolux a Wärtsilä, dal Nasdaq ad AstraZeneca. E ora scarica sul manifatturiero italiano il costo della loro ascesa

Roberta Paolini
Jacob, Peter e Marcus Wallenberg, gli uomini più influenti del colosso svedese
Jacob, Peter e Marcus Wallenberg, gli uomini più influenti del colosso svedese

Esse non videri. Essere non apparire. I Wallenberg sono stati spesso definiti i Rockefeller d'Europa, ma con una differenza fondamentale: mentre i primi sono diventati icone pop, i Wallenberg hanno preferito governare nell'ombra. Da oltre 160 anni, questa dinastia svedese modella l'economia scandinava (e globale) seguendo un motto che è un programma di vita. Il loro patrimonio supera i 102 miliardi di euro, due e volte e mezzo quella della Exor degli Agnelli/Elkann, due volte la fortuna della famiglia Del Vecchio, dieci volte quella dei Benetton.

Un impero che spazia dall’industria, alla finanza, dalle telecomunicazioni al farmaceutico. Un impero in cui Electrolux, il gigante del bianco, controllata attraverso un terzo dei voti e il 18% del capitale, su cui si è appena abbattuta una scure da 1700 tagli per i dipendenti italiani, il 40% della forza lavoro nel nostro Paese, conta meno dell’1 per cento in termini di valore. Briciole. Un po’ meno di briciole è rappresentato da Wärtsilä, altra azienda che controllano come azionisti di riferimento, con il 17% dei voti, e che dal Nordest già se ne è andata abbandonando il sito industriale triestino dove una volta si costruivano i motori.

Esiste dunque un filo, gelido e sottile, che lega le lavatrici di Porcia, i frigoriferi di Susegana ai motori marini di Trieste ed è appunto questa dinastia svedese, ormai alla sesta generazione, che attraverso la holding Investor AB governa i destini di parte della nostra manifattura.

Una dinastia, che da sola ha controllato per decenni un terzo del Pil svedese e opera secondo il dogma dell’active ownership: non si limitano a possedere, ma plasmano le aziende attraverso una rete pervasiva di rappresentanti nei consigli di amministrazione per estrarre valore e alimentare le proprie fondazioni filantropiche.

La sesta generazione della dinastia dei Wallenberg
La sesta generazione della dinastia dei Wallenberg

 

Al cuore di tutto c'è la Knut and Alice Wallenberg Foundation, una macchina che trasforma i dividendi generati dalle partecipazioni in borse di studio e ricerca scientifica per le eccellenze svedesi in ambiti come l’intelligenza artificiale e la medicina. È un paradosso crudele: mentre a Porcia si rischia la chiusura di storiche linee di produzione, pezzi di storia industriale italiana, il capitale accumulato vola verso il Baltico per garantire la sovranità tecnologica di domani a una nazione che ha fatto della stabilità il suo vanto.

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Il potere dei Wallenberg affonda le radici nella visione di André Oscar Wallenberg, che nel 1856 fondò la Stockholms Enskilda Bank (SEB) applicando un modello di banca d'affari capace di finanziare la rivoluzione industriale svedese. Il loro motto, descrive perfettamente una forza che preferisce la discrezione alla ribalta, ma che non ha conosciuto anche le zone d'ombra della storia. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la famiglia fu protagonista dello scandalo Bosch, agendo come "copertura" per proteggere gli asset del gruppo tedesco dal sequestro degli Alleati, un'operazione di cloaking che costò loro il blocco dei beni da parte del Tesoro americano fino al 1947. Il prestigio morale della casata è stato salvato dalla figura di Raoul Wallenberg («ha salvato l'anima del mondo», scrisse di lui Claudio Magris), il diplomatico che a Budapest strappò decine di migliaia di ebrei alla morte, prima di essere inghiottito dal nulla nelle prigioni sovietiche.

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Lo sciopero dei lavoratori Electrolux di martedì (foto Petrussi / Marco Brisotto)

Questa dualità tra pragmatismo finanziario e immagine pubblica ha fecondato la grande letteratura noir scandinava. Stieg Larsson, nella trilogia Millennium, ha apertamente saccheggiato l’iconografia dei Wallenberg per creare il clan dei Vanger e l’antagonista Hans-Erik Wennerström, un finanziere corrotto il cui nome richiama Axel Wenner-Gren, il fondatore di Electrolux che cedette il suo impero ai Wallenberg nel 1956.

Nel Nordest italiano, l'epoca d'oro iniziata con l’acquisizione della Zanussi nel 1984 si è trasformata in una lunga e triste ritirata. Quella che era la "Rex", simbolo dell'emancipazione domestica italiana al pari della Fiat 600 per la mobilità, sta vendendo ora progressivamente declassata a etichetta secondaria, vittima di una centralizzazione che ha spostato il cervello decisionale a Stoccolma e i muscoli produttivi a Est. Non è solo una crisi di volumi o di costi energetici, è il fallimento di un modello di convivenza territoriale: i Wallenberg, attraverso Investor AB, continuano a macinare rendimenti totali per gli azionisti, ma questa efficienza finanziaria non prevede più il mantenimento di un'identità industriale italiana.

Ma come è organizzato questo mondo perfetto svedese in cui finanza e industria, incontrano avanzamento scientifico e ricerca tecnologica. La Knut and Alice Wallenberg Foundation rappresenta il principale pilastro patrimoniale del sistema ed è una delle più grandi fondazioni private europee dedicate al finanziamento della ricerca scientifica. Fondata nel 1917 da Knut e Alice Wallenberg, la fondazione sostiene università, ricerca avanzata, intelligenza artificiale, life sciences e quantum computing, utilizzando i dividendi derivanti dalle partecipazioni industriali per alimentare le attività filantropiche e scientifiche.

La principale partecipazione diretta è quella in Investor AB, di cui la fondazione detiene il 20,07% del capitale e il 42,96% dei diritti di voto. Investor AB costituisce la grande holding industriale della galassia ed è una delle maggiori holding quotate europee. Il gruppo è organizzato in tre aree principali: le partecipazioni quotate, il polo delle società private Patricia Industries e gli investimenti in EQT e nel private capital. Nel primo trimestre 2026 il Net Asset Value adjusted ha raggiunto 1.125,1 miliardi di corone svedesi, pari a circa 104 miliardi di euro. I dividendi annuali provenienti dalle partecipate si aggirano attorno ai 16 miliardi di corone, circa 1,5 miliardi di euro.

Nel portafoglio delle partecipazioni quotate figurano alcuni dei principali gruppi industriali e finanziari europei e globali. In ABB Investor controlla circa il 14,3% del capitale, con una quota valutata tra i 17 e i 18 miliardi di euro. In Atlas Copco la partecipazione è pari a circa il 17,10% del capitale e oltre il 22% dei diritti di voto, con un valore stimato tra i 16 e i 17 miliardi di euro. In AstraZeneca il gruppo possiede circa il 3,3%, per un valore superiore agli 8,8 miliardi di euro. La famiglia è inoltre il primo azionista del Nasdaq, 10,2%, valore 4,34 miliardi.

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