Cala l’export di vino verso gli Usa: pesano dazi e dollaro debole
Il Wine Monitor di Nomisma: indispensabile cercare mercati alternativi per compensare le perdite. Flessioni anche in Regno Unito e Cina, ma il Brasile promette crescite future

Finita la stagione degli ordini di vino italiano prima dell’introduzione dei dazi negli Stati Uniti, il comparto oggi deve fare i conti con gli effetti delle tariffe e del dollaro debole.
Due fattori che hanno inciso, dal secondo semestre 2025 in poi, su volumi e ricavi, entrambi in calo.
La flessione è stata del quasi -12% a valore, con il mercato che si è attestato intorno ai 5,5 miliardi di euro.
L’indebolimento del dollaro e l’applicazione dei dazi hanno portato i nodi al pettine di una situazione che già subiva i contraccolpi negativi del calo dei consumi di vino in essere già da alcuni anni e che l’euforia post-covid aveva tenuto nascosto.
Secondo l’ultima rilevazione di Wine Monitor - l’Osservatorio di Nomisma dedicato al mercato del vino, che fornisce aggiornamenti continuativi sulle dinamiche del mercato - «solo la presa in carico di una quota dei dazi imposti dall’amministrazione Trump a scapito della propria marginalità da parte di produttori e importatori ha permesso di evitare un crollo dal lato dei volumi».
In questo scenario, per quanto riguarda le esportazioni di vini italiani Dop, quelli più pregiati, negli Usa, i volumi spediti fino a novembre 2025 si attestavano a 2,37 milioni di ettolitri per un valore pari a 1,3 miliardi di euro, evidenziando una contrazione rispettivamente del -2,6% e del -6,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Le vendite di Prosecco oltreoceano si mantengono in territorio positivo sul fronte dei volumi (+1,3%) malgrado il piccolo calo a valore (-2%).
Va peggio per il segmento dei rossi Dop, dove toscani, piemontesi e veneti hanno lasciato sul campo una riduzione a valore superiore al 7%.
«Negli Usa, l’introduzione dei dazi sulle importazioni di vino ha generato forti turbolenze lungo tutta la filiera - commenta il responsabile di Wine Monitor Nomisma, Denis Pantini - : dopo una fase di stoccaggio preventivo per evitare le nuove tariffe, si è assistito a una riduzione delle spedizioni anche a causa di un mercato interno in contrazione, che non è riuscito ad assorbire il surplus di offerta. La necessità di mitigare l’aggravio fiscale per mantenere competitivi i prezzi al consumo ha spinto i produttori verso una riduzione dei prezzi medi sostanzialmente in tutte le categorie, così come evidenziato dal calo del valore complessivo delle esportazioni. Questo sta obbligando i produttori italiani sia a incrementare il posizionamento negli altri Paesi, nonché a cercare nuove destinazioni che, fortunatamente, non sembrano mancare a partire dai paesi dell’Est Europa – come Polonia e Repubblica Ceca – a quelli del Sud-Est Asiatico come Vietnam e Thailandia».
Urgente dunque cercare sbocchi diversi per compensare le perdite negli Stati Uniti.
La Cina, però, ha evidenziato una flessione delle importazioni totali di vino, attestandosi su volumi di poco superiori ai 2 milioni di ettolitri e un valore complessivo pari a circa 1,3 miliardi di euro.
Nel dettaglio, le quantità importate e il valore registrano un calo significativo su base annua.
Le riduzioni coinvolgono tutte le categorie di prodotto con la sola eccezione degli spumanti.
Contrazioni più o meno rilevanti anche nel Regno Unito, Svizzera, Giappone, mentre la Corea del Sud è in controtendenza.
Buoni segnali, infine, arrivano dal Brasile, le cui importazioni di vino nel 2025 hanno registrato una crescita sia nei volumi (+3,5%) che nei valori (+1,9%) rispetto al 2024.
Questo incremento è riconducibile in particolare alla positiva performance dei vini fermi e frizzanti imbottigliati, con i bianchi del Veneto che trainano la crescita a volume.
Secondo le rilevazioni Wine Monitor, le esportazioni di vini italiani Dop verso il principale mercato sudamericano registrano una crescita promettente che potrebbe continuare, anche grazie all’accordo Ue-Mercosur. —
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