Vini zero alcol: più 90% di produzione. Il Nord Est traina la nuova moda

I dealcolati rappresentano già oggi il 7,5% del mercato in Germania. Giro d’affari da 1,2 miliardi in Regno Unito e Usa

Maurizio Cescon

A Vinitaly numero 58 (oggi la fiera di Verona chiude i battenti, appuntamento all’11 aprile 2027) i vini NoLo (privi di alcol o a basso contenuto alcolico) hanno avuto uno spazio dedicato nel padiglione centrale con numerose aziende presenti, da Valdo a Spinato.

Ma anche tante altre case vinicole, nei loro stand, propongono i NoLo. Mionetto e Castagner con cocktail e spumanti dedicati, Montelvini con le bollicine che hanno ottenuto un eccellente 92 nella classifica di Falstaff. Astoria già nel 2012 ha lanciato Zerotondo, un mosto di uve biologiche non fermentate.

Consapevole però che oggi i consumatori sono sempre più attenti non solo al contenuto alcolico ma anche a quello calorico, Astoria ha presentato a Vinitaly una versione di Zerotondo con il 30% in meno di zuccheri e il 43% in meno di calorie.

Paradossalmente, il know how delle distillerie si rivela molto utile nello sviluppare la tecnica delle infusioni di erbe e botaniche e creare idee innovative per i NoLo, come nel caso della distilleria Castagner, che ha studiato un amaro e un bitter completamente senz’alcol.

E così il Nord Est si candida a diventare traino di questo segmento che, dati alla mano, sta assumendo i contorni di una vera e propria tendenza. Una moda che fa breccia in particolare tra i giovani e in tre mercati esteri di fondamentale importanza, ovvero Germania, Regno Unito e Stati Uniti.

Addirittura in terra tedesca i zero alcol rappresentano già oggi il 7,5% delle vendite complessive di vino, una cosa impensabile fino a uno o due anni fa. E nei tre Paesi guida il fatturato complessivo dei NoLo è di 1,2 miliardi di euro, con 160 milioni di bottiglie bevute.

È evidente che, in tempi di calo dei consumi dei bianchi e rossi tradizionali, le cantine, soprattutto le più grandi e strutturate, puntino qualche fiches sui NoLo. Nonostante i costi di partenza siano elevati, visto che gli impianti di dealcolazione, da gennaio consentiti anche in Italia, richiedono investimenti rilevanti.

È di ieri la diffusione, da parte dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, dei dati più aggiornati riguardanti il comparto. L’Italia, che sino a ora destinava la produzione di dealcolati all’estero, parte quindi con l’handicap temporale e ciò si nota nelle quote di mercato - attorno al 2,5% - occupate soprattutto in Germania e Regno Unito ma il contesto è destinato a cambiare rapidamente.

Secondo l’indagine dell’Osservatorio sulla quasi totalità delle imprese tricolori che fanno o stanno organizzando linee di vini dealcolati, i numeri si annunciano in forte crescita: +90% di aumento produttivo previsto nel 2026, con una quota export attestata al 91% e il grosso delle vendite fatte sul canale retail (77%).

Già la metà del campione intende inoltre attivare la produzione in Italia. Le tipologie a listino vedono una leggera prevalenza dei no-alcohol (54%), con un aumento significativo dell’opzione “bevanda a base vino”, balzata dal 3% del 2025 al 27% odierno.

Tra i mercati tradizionali, prevale l’obiettivo Nordamerica (Usa e Canada) ma anche i Paesi Dach (Germania, Austria e Svizzera). Tra le piazze nuove ed emergenti, le risposte convergono su alcuni Paesi (Messico, Brasile, Polonia ma anche Cina) e areali, con in testa Medioriente e Africa.

In particolare gli spumanti - nella categoria “zero” - dimostrano di intercettare meglio degli altri le dinamiche positive di mercato: in Regno Unito (+24%, +17% per i prodotti italiani) e negli Usa (+15%, con l’Italia a +200%). Un futuro dunque, promettente, e tutto da scrivere.

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