L’ex governatore Visco: «La globalizzazione è in crisi e la manifattura non basta più»

A capo di Bankitalia dal 2011 al 2023, è frsco autore di un nuovo saggio e ora dice: «Serve un mercato europeo dei capitali per sostenere le imprese»

Giorgio Barbieri
Il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco alla prima edizione del ÒPremio BancorÓ istituito dall'Associazione Guido Carli presso la Galleria Doria Pamphilj .Roma, 24 novembre 2022. .ANSA/FABIO CIMAGLIA..

«Il Nordest ha capitale umano e infrastrutture, ma le imprese sono troppo piccole per reggere da sole la nuova competizione globale». È da qui che Ignazio Visco, successore di Mario Draghi a Palazzo Koch e governatore della Banca d’Italia dal 2011 al 2023, parte per leggere il futuro di un territorio che vive di manifattura, export e connessioni internazionali. Quella di Visco, autore del saggio "La crisi della globalizzazione" (Scholé-Editrice Morcelliana), è un’analisi che collega la fine dell’ordine economico nato dopo la Guerra fredda, le tensioni tra Stati Uniti e Cina, il ritorno del protezionismo e la crisi del manifatturiero. E indica una direzione precisa: «La risposta è più Europa, non meno Europa».

L’ordine globale post Guerra fredda sembra essere ormai rotto. Quando quel modello ha iniziato a incrinarsi?

«L’idea che si era affermata dopo la Guerra fredda era quella di un mondo nel quale le economie e le democrazie liberali avrebbero progressivamente attratto tutti gli altri Paesi. Con l’ingresso nel Wto Pechino entrava nell’economia globale con clausole da Paese in via di sviluppo, quindi con la possibilità di sostenere con aiuti di stato le proprie imprese e accompagnare la crescita industriale».

E poi cosa è accaduto?

«Che la Cina si è sviluppata in modo straordinario, ma senza trasformarsi nel modello economico che molti in Occidente immaginavano. Ha continuato a puntare moltissimo sulle esportazioni e molto meno sulla domanda interna, sostenendo le proprie imprese anche attraverso forti interventi pubblici. Nel tempo questo ha creato squilibri enormi. Gli Stati Uniti, e in tono minore l’Europa, hanno iniziato a contestare non solo la concorrenza industriale cinese, ma anche questioni legate alla sicurezza tecnologica, allo spionaggio cyber e ai rapporti geopolitici. E già ben prima della nuova presidenza Trump è andato aumentando un sentimento contrario al libero scambio, passando da una “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina, agli aumenti generalizzati, e disordinati, dei dazi introdotti dall’amministrazione americana».

Lei sostiene che oggi la cooperazione internazionale sia ai minimi termini.

«Quell’ordine non esiste più. Rimane però un mondo profondamente interdipendente e globale. E questo è il punto: abbiamo perso il quadro politico senza perdere l’interdipendenza economica. Gli squilibri oggi sono enormi. Gli Stati Uniti sono il Paese più indebitato del mondo, mentre la Cina continua ad accumulare surplus commerciali enormi. Da una parte c’è chi consuma e si indebita, dall’altra chi produce ed esporta più di quanto importa. Nel mezzo ci siamo noi europei, che siamo un vaso di coccio tra due vasi di ferro».

Perché l’Europa è così fragile in questo scenario?

«Perché non sta facendo abbastanza innovazione tecnologica nei settori decisivi. Oggi il problema non è più soltanto manifatturiero. La competizione si gioca sulla tecnologia, sull’intelligenza artificiale, sui brevetti, sulla capacità di calcolo, sui servizi avanzati. E su questo terreno l’Europa è in ritardo, mentre la Cina non lo è più».

Lei riconosce che la globalizzazione ha ridotto la povertà nel mondo, ma allo stesso tempo ha generato forti squilibri sociali. Il protezionismo che vediamo oggi nasce da lì?

«In parte. Negli Stati Uniti la perdita di occupazione manifatturiera ha creato tensioni enormi, soprattutto nella classe media. Ma bisogna stare attenti: i benefici della globalizzazione negli Usa ci sono stati eccome. Il problema è che si sono concentrati in modo molto diseguale. È cresciuta enormemente la disuguaglianza interna. E insieme alla globalizzazione si sono affermati i grandi colossi tecnologici. Pensare oggi di riportare il manifatturiero a essere il motore dell’occupazione americana è illusorio. La tecnologia sta sostituendo una parte crescente del lavoro tradizionale».

Questo è un tema che riguarda anche il Nordest, che vive di manifattura ed export. In questi giorni si discute del caso Electrolux. Le imprese devono prepararsi a un cambiamento irreversibile?

«Dobbiamo capire che il settore industriale non coincide più con il solo manifatturiero. Dentro l’industria oggi ci sono enormi componenti di servizi: tecnologici, finanziari, digitali. I fattori produttivi tradizionali stanno cambiando. La tecnologia può sostituire il lavoro oppure essere complementare al lavoro. Se è complementare, allora bisogna capire quali competenze servono e se siamo attrezzati per svilupparle».

E l’Italia lo è?

«Molte imprese italiane non hanno dimensioni sufficienti per sostenere gli investimenti necessari in ricerca, sviluppo, capacità di calcolo, ingegneria e commercializzazione globale».

Alcuni però rivendicano che proprio la piccola dimensione abbia reso le aziende più flessibili.

«È vero che esistono imprese molto piccole ma di grande successo. Si parlava delle “multinazionali tascabili”. Però erano troppo poche. La globalizzazione aveva creato vantaggi enormi attraverso la divisione internazionale del lavoro e le catene globali del valore. Si produceva dove era più conveniente e poi si commerciava su scala globale».

Ora però quelle catene sono in crisi.

«Sì, perché stanno aumentando i costi energetici, i costi logistici e le tensioni geopolitiche. Durante la pandemia abbiamo visto quanto fossero fragili certe dipendenze. Gli americani hanno risposto puntando sul “friend shoring”, cioè sul commercio tra Paesi alleati. Ma io ho sempre detto che questo approccio rischia di essere miope: gli alleati occidentali sono circa un miliardo di persone, il resto del mondo circa otto».

E oggi anche le alleanze tradizionali sembrano meno solide.

«Esatto. E l’Europa deve diventare più forte e più coesa. La risposta è più Europa, non meno Europa. Abbiamo un mercato interno enorme che va valorizzato anche con nuove relazioni commerciali: penso all’India, al Mercosur, all’Africa».

Un altro grande tema è quello demografico. Nel Nordest si parla ormai di “glaciazione demografica”.

«I numeri sono molto chiari. Secondo l’Istat, entro il 2050 l’Italia avrà circa sette milioni di persone in meno in età lavorativa. Questo significa meno forza lavoro, meno crescita e meno risorse per sostenere sanità, previdenza e welfare».

Come si evita questo scenario?

«Bisogna aumentare la partecipazione al lavoro delle categorie oggi meno presenti: giovani, donne e anche persone più anziane. Cresce il numero di persone tra 65 e 74 anni che potrebbero continuare a lavorare, anche perché sono in migliori condizioni di salute. Se il potenziale di crescita dell’economia italiana riuscisse a salire stabilmente attorno all’1%, allora il nostro sistema sociale diventerebbe sostenibile molto più di quanto oggi si pensi».

Lei vede il rischio di una nuova crisi finanziaria globale?

«Il rischio non è basso. Gli squilibri commerciali e finanziari sono molto forti. Se non si controllano il debito americano e quello cinese, una crisi è possibile».

Nelle regioni del Nordest sono in corso investimenti in infrastrutture: autostrade, porti, aeroporti, interporti. La geopolitica può restituire centralità economica a questi territori di snodo?

«Può creare opportunità, ma bisogna capire come si riorganizzerà il mondo. Le infrastrutture hanno senso se collegano meglio il territorio non solo con il resto del mondo ma con gli stessi altri paesi europei. Bisogna evitare investimenti senza prospettiva, quelle che nel Sud furono le “cattedrali nel deserto”».

Il Nordest può giocare questa partita?

«Il capitale umano è in condizioni migliori rispetto alla media italiana. Ma resta il problema della dimensione delle imprese e della difficoltà di accedere ai mercati dei capitali. Per questo serve un vero mercato europeo dei capitali».

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