Scocchia: «Bufera globale per le imprese. L’Europa deve agire»
L’Ad di Illycaffè: «In questi momenti bisogna accelerare, continuiamo a investire. L’obiettivo è raggiungere il miliardo di ricavi in 5 anni, siamo a 700 milioni e la direzione è giusta»

«In salita si accelera. Abbiamo davanti un mare agitato, ma è adesso che si fa la differenza». Cristina Scocchia, ad di Illycaffè, sceglie una metafora che le è consueta, quella marinaresca, per raccontare il momento delle imprese, non solo di quella che guida: costi delle materie prime alle stelle, tensioni geopolitiche e supply chain sotto pressione. Eppure il gruppo continua a investire, accelera negli Stati Uniti e in Europa e guarda dritto al suo orizzonte: un miliardo di euro di ricavi.
A margine della Biennale di Venezia, Scocchia parla di crescita, sostenibilità, innovazione e del ruolo che l’Europa deve giocare per proteggere la competitività delle sue imprese.
Dottoressa Scocchia, siete alla Biennale di Venezia, un appuntamento che per Illycaffè è ormai storico. Che significato ha questo legame?
«Questo è il cuore pulsante dell’arte contemporanea. Decenni fa abbiamo scelto proprio l’arte contemporanea come forma di elezione per esprimere la nostra identità e rappresentare quei valori di etica, eccellenza e sostenibilità che guidano il nostro operare quotidiano. Sono gli stessi valori che condivide la Biennale, per questo la collaborazione è nata in modo spontaneo. Dal 2003 siamo main partner — non mi piace nemmeno definirci sponsor — perché il nostro impegno è costruire ponti verso culture e mondi diversi, offrendo uno spazio per raccontare storie straordinarie».
Ad aprile avete presentato i risultati del 2025: crescita a doppia cifra del fatturato ma marginalità sotto pressione. Che fase state vivendo?
«Siamo molto soddisfatti dei risultati. Nel 2025 siamo cresciuti del 12% nel fatturato e, guardando agli ultimi quattro anni, siamo passati da 500 a 700 milioni di euro di ricavi: una crescita del 40% che testimonia la bontà della strategia. È vero, la marginalità ha subito una lieve compressione, ma anche questo per me è un segnale positivo, perché dimostra la resilienza dell’azienda. Il caffè verde, la nostra principale materia prima, lo scorso anno è costato in media 368 centesimi per libra: il triplo della media storica e il 50% in più rispetto all’anno precedente. Se una materia prima aumenta così tanto e tu riesci comunque a contenere l’impatto sulla marginalità, significa che il modello è solido».
Quanto pesano oggi le tensioni geopolitiche e il blocco del canale di Hormuz?
«Anche se da Hormuz non passa direttamente il caffè, transita l’urea utilizzata per i fertilizzanti delle piantagioni e questo alimenta ulteriormente le dinamiche inflattive sul caffè verde. Inoltre sono aumentati del 15% i costi energetici, del 10% quelli del trasporto su gomma e i container sono difficili da reperire. Tutta la supply chain mondiale è sotto pressione. Un container oggi costa tra i 300 e i 400 dollari in più rispetto a prima. Non è un impatto paragonabile a quello del caffè verde, ma resta significativo».
Ha parlato spesso della necessità di una risposta europea più forte. Cosa si aspetta?
«Questo dovrebbe essere l’ultimo campanello d’allarme. Servono interventi rapidi su tre fronti: autosufficienza energetica, autosufficienza tecnologica e difesa. Oggi paghiamo costi energetici enormemente superiori rispetto ai concorrenti americani e siamo ancora troppo dipendenti dagli Stati Uniti sul digitale e sull’intelligenza artificiale. Queste fragilità vanno affrontate subito».
Gli Stati Uniti restano il vostro secondo mercato. Come stanno reagendo alle tensioni commerciali e ai dazi?
«Gli Usa sono una priorità strategica. Continuiamo a crescere di circa il 20% l’anno e siamo vicini al raddoppio del fatturato rispetto al 2021. Però in un contesto geopolitico così volatile era fondamentale avere anche un “porto sicuro”: per noi oggi è l’Europa. Fino a poco tempo fa la vedevamo come un insieme di mercati tattici; ora ha una priorità pari a quella americana. Per questo abbiamo aumentato investimenti in persone, marketing e innovazione nelle nostre filiali. La strategia sta pagando: lo scorso anno siamo cresciuti in Europa del 23%».
Negli Stati Uniti state preparando nuovi investimenti?
«Siamo vicini alla firma di un accordo produttivo con un partner americano molto importante, che condivide i nostri valori di sostenibilità ed etica. Alcuni prodotti destinati esclusivamente al mercato Usa verranno realizzati direttamente lì. È una scelta più efficiente e anche più sostenibile dal punto di vista ambientale. Questo però non cambia il nostro legame con Trieste: resterà l’unico polo di tostatura al mondo. Abbiamo confermato investimenti per circa 130 milioni di euro e assunto cento persone lo scorso anno. Siamo fieramente made in Italy e vogliamo continuare a investire nel nostro Paese».
State pensando anche ad altre acquisizioni?
«In questo momento no. L’acquisizione del distributore svizzero è stata strategica perché volevamo presidiare direttamente un mercato premium molto importante per noi. Più che nuove acquisizioni, oggi il focus è sull’integrazione a monte per offrire la migliore qualità in tazza. La qualità del caffè non dipende solo dalla miscela, ma anche dalla macchina con cui viene preparato. Per questo vogliamo controllare sempre meglio l’intero sistema.
Guardando ai prossimi tre-cinque anni, dove vuole portare Illycaffè?
«Io ho l’onore di essere l’amministratore delegato di Illycaffè da quattro anni e con la mia squadra vogliamo contribuire a realizzare il sogno della famiglia Illy: offrire la migliore qualità di caffè possibile, superiore e sostenibile. La prima tappa del percorso è molto chiara: raggiungere il miliardo di fatturato nei prossimi 5 anni. Siamo arrivati a 700 milioni, quindi la direzione è quella giusta».
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