«L’indipendenza delle nostre Generali difesa con i risultati»

Parla il presidente del gruppo Andrea Sironi: Concentrati sul nostro lavoro, sui target e sul business» In svolgimento l’assemblea con bilancio record, dividendo e nuovo collegio sindacale

Roberta Paolini

«Noi dobbiamo concentrarci sul nostro lavoro, sul business, sui risultati, raggiungere i target che ci siamo prefissati. Questo è il modo migliore per soddisfare tutti i nostri stakeholder e, in qualche modo, garantire anche l’indipendenza del gruppo».

Andrea Sironi, presidente di Assicurazioni Generali, arriva all’assemblea degli azionisti con una convinzione precisa: la forza del Leone passa dalla capacità di continuare a crescere, restare solido e confermarsi un grande gruppo europeo e internazionale.

La linea è cristallina: in un contesto internazionale complesso, segnato da instabilità geopolitica, inflazione e tensioni energetiche, la risposta non è il rumore di fondo ma la solidità industriale.

Il presidente rivendica risultati record, un avvio 2026 molto positivo e una convinzione netta: grazie a diversificazione, disciplina e qualità del management, il Leone si sente «piuttosto ottimista».

Presidente Sironi, Generali si presenta anche quest’anno con numeri solidi e chiarezza strategica. Qual è lo stato di salute della compagnia?

«Molto positivo. Arriviamo a questa assemblea con risultati record e con grande soddisfazione da parte dei nostri stakeholder. Negli ultimi anni abbiamo attraversato pandemia, guerra in Ucraina, shock inflazionistico, crisi in Medio Oriente, eppure il gruppo ha dimostrato una forte resilienza. Abbiamo continuato a crescere, creando valore a un ritmo superiore a molti nostri peer europei».

Su quali aree si basa questa soddisfazione?

«Il bilancio evidenzia performance eccellenti su tutti i fronti: premi, margine operativo, raccolta netta Vita, sviluppo del Danni e crescita dell’asset management. In particolare, la raccolta proveniente da terze parti — fondi istituzionali e investitori esterni — ha registrato risultati molto significativi. Significa che Assicurazioni Generali è credibile e attrattiva anche oltre il perimetro assicurativo tradizionale».

Avete presentato il nuovo piano, il 2026 è iniziato con nuovi segnali di instabilità geopolitica, che segnali ci sono per voi?

«L’avvio dell’anno conferma il percorso previsto dal piano strategico 2025-2027. L’obiettivo è portare a casa integralmente gli ambiziosi target presentati agli investitori, mantenendo crescita sostenibile e remunerazione attrattiva per gli azionisti».

In una fase così instabile, perché vi sentite relativamente protetti?

«Perché il nostro gruppo ha due grandi punti di forza. Il primo è la diversificazione geografica: siamo presenti in oltre 50 Paesi. Il secondo è la diversificazione del business: Vita, Danni, asset management, assistenza, employee benefits. Se salgono inflazione e tassi, il nostro business mix ci permette di ottenere ottimi risultati anche in questo nuovo scenario. Riusciamo a bilanciare il rischio meglio di operatori più concentrati».

Il conflitto in Medio Oriente e il rischio energetico quanto preoccupano l’Europa?

«Molto. Stiamo passando da una fase di instabilità a una fase di imprevedibilità permanente. Un’estensione delle tensioni in Medio Oriente potrebbe colpire crescita, prezzi dell’energia e fiducia. Per l’Europa il rischio è più elevato rispetto agli Stati Uniti, che hanno maggiore autosufficienza energetica».

E l’Italia?

«È tra i Paesi più esposti ai rischi energetici e inflattivi, anche per l’elevato debito pubblico e una crescita strutturalmente debole. Una maggiore integrazione europea sarebbe molto utile anche per il nostro Paese».

Cosa dovrebbe fare l’Europa?

«Non può più aspettare. Serve accelerare verso una Europa più forte e unita, completando il Mercato Unico e la Savings & Investment Union. La direzione indicata dai rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi è quella giusta. Da soli, i singoli Paesi europei non possono competere con i grandi player globali».

Quali sono i trend su cui avete costruito il nuovo piano?

«Direttrici molto chiare: la prima è la demografia. Invecchiamento della popolazione, pensioni integrative, salute e long term care. La seconda è il clima. Gli eventi estremi cambiano il modo di assicurare e investire. Infine la tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, sulla quale stiamo già lavorando con progetti concreti. Sono fenomeni strutturali che andranno oltre le crisi del momento».

Avevate in mente una grande operazione cross border con Natixis che è stata accantonata. Ma l’asset management resta centrale?

«Assolutamente sì. È una priorità strategica. Abbiamo un forte vantaggio competitivo: il gruppo assicurativo genera flussi di risparmio e capitali che possono essere valorizzati nella gestione del risparmio. Le opportunità di crescita restano sia interne sia esterne».

Dodici mesi fa la vigilia dell’assemblea era piuttosto vivace, quella di domani (oggi per chi legge ndr) che assemblea sarà secondo lei?

«Abbastanza tranquilla. Sul tavolo ci sono il bilancio, il dividendo, la remunerazione, il rinnovo del collegio sindacale e alcune modifiche statutarie legate al nuovo quadro normativo. Queste ultime, trattandosi di revisioni mirate, avremmo potuto approvarle in consiglio. Ma intervenendo su quella che è la nostra “carta costituzionale”, abbiamo preferito sottoporle agli azionisti. Incontro regolarmente i nostri principali azionisti italiani e internazionali e ho riscontrato grande soddisfazione per il lavoro svolto».

Lei è stato in passato critico sulla Legge Capitali, ora quella legge è stata utilizzata per il rinnovo sia del board di Mps, vostro azionista indirettamente tramite Mediobanca, e di Banco Bpm. Con esiti per altri differenti, ma significativi. Conferma quel giudizio?

«Ritengo che alcuni aspetti di quella Legge rappresentino un’anomalia nel quadro regolamentare rispetto ai principali mercati internazionali. Il sistema è complesso e poco intuitivo, e questo non aiuta ad attrarre capitali verso l’Italia. Dobbiamo sempre più ragionare in un’ottica europea».

Lei dice che Generali è patrimonio di tutti, è patrimonio anche e soprattutto delle sue persone.

«Generali è un asset strategico per il Paese ed un patrimonio italiano, sì. E’ un gruppo straordinario per qualità delle persone, professionalità, motivazione e senso di appartenenza. Abbiamo un management internazionale di alto livello e valori costruiti in quasi due secoli di storia. Personalmente cito un’iniziativa nella quale mi rispecchio, ovvero i progetti della Fondazione The Human Safety Net, dedicati alle famiglie a rischio di esclusione e ai rifugiati e alla loro integrazione nel mondo del lavoro e all’imprenditorialità, progetti che vedono impegnate le stesse persone di Generali».

Diversità e inclusione restano priorità?

«Sì. Abbiamo annullato il gender pay gap e fatto progressi importanti. Possiamo fare ancora di più sulla presenza femminile nei ruoli apicali. Inoltre la diversità per noi significa età, nazionalità, competenze, background. È un fattore decisivo per attrarre giovani talenti».

Trieste resta centrale nell’identità del gruppo?

«È la città dove siamo nati e dove continuiamo a investire con convinzione. Insieme ai nostri progetti culturali e formativi, lo testimoniano iniziative come Agorai che avrà sede nel palazzo Carciotti, che abbiamo acquistato e che stiamo ristrutturando per renderlo nuovamente fruibile dalla comunità. Il legame con il territorio è profondo e strategico».

Presidente, un’ultima domanda, secondo lei in che fase del risiko bancario ci troviamo oggi?

«Noto che si parla spesso di delineare un terzo polo bancario. In che modalità è qualcosa che spetta ai singoli attori. Credo che serva comunque, come in ogni cosa, chiarezza e visione. Dopodiché, il mercato è il mercato: in qualche misura, alla fine, si indirizza verso le soluzioni più coerenti e sostenibili. Come dicevo all’inizio la migliore difesa dell’indipendenza è essere solidi, credibili e competitivi. Dovremmo, però, renderci conto che, in un contesto così difficile, continuare a fare ragionamenti soltanto locali o nazionali non ci porta lontano. Da soli non contiamo nulla, se non scegliamo di lavorare in maniera unita come Europa». —

 

Riproduzione riservata © il Nord Est