Saipem: «I nostri droni con l’AI per la vigilanza subacquea»
Giovanni Massari, responsabile della robotica sottomarina del gruppo, racconta gli ultimi sviluppi tecnologici: «Il nostro Hydrone-R in Norvegia è stato sott’acqua per oltre sei mesi»

Un garage poggiato in fondo al mare, nel quale il drone entra quando non è in funzione, si ricarica come se fosse uno smartphone attraverso un connettore induttivo, senza contatto elettrico, per poi ripartire in missione. «Il nostro Hydrone-R in servizio nel campo petrolifero di Njord, in Norvegia, ha stabilito il record di permanenza sott’acqua, operando senza tornare in superficie per più di sei mesi», racconta Giovanni Massari, responsabile di Sonsub, il centro di eccellenza della Saipem per la robotica sottomarina.

L’ingegnere veneziano («orgogliosamente veneziano, sono nato in mezzo al mare e ho fatto del mare il mio lavoro», dice) è in piedi di fronte a una versione più piccola dell’Hydrone-R, chiamata FlatFish, su cui Saipem sta lavorando nella base di Trieste, al Porto Vecchio, dove viene addestrata l’intelligenza artificiale dei droni sottomarini e dove vengono istruiti i piloti che dovranno poi farli funzionare. Massari mostra la strumentazione sul muso del drone che più di un “pesce piatto”, una sogliola o un rombo, ha la forma di un parallelepipedo un po’ schiacciato, lungo quanto un’utilitaria.
«Questa è una stereocamera», spiega, indicando quelli che sembrano due occhi, «ce n’è un’altra identica montata sulla pancia, poi ci sono dei sensori per identificare potenziali perdite di idrocarburi in acqua, un sonar, delle sonde che permettono di individuare la corrosione dei tubi e valutare l’efficienza della protezione catodica della pipeline».
Progettati e assemblati a Marghera, dove lavorano circa 150 persone, testati qui a Trieste, dove è impegnata una trentina di persone e dove oltre la diga foranea, alla profondità di 20-25 metri, è stata realizzata un’infrastruttura per effettuare i collaudi e l’addestramento, i droni si stanno affermando sempre più in un mondo dove i porti e le infrastrutture sottomarine – oleodotti, gasdotti, cavi per le telecomunicazioni – sono obiettivi critici da difendere, non solo dall’usura ma anche da attacchi militari e terroristici.
Saipem è l’unica azienda in Italia a progettare, produrre e operare droni sottomarini che, oltre alle funzioni di ispezione ad ampio raggio del FlatFish, possono effettuare anche interventi semplici come azionare valvole, afferrare oggetti, pulire superfici (il modello Hydrone-R) oppure attività pesanti, come quelle ad alta potenza richieste per realizzare un pozzo (il modello Hydrone-W).
Sulla banchina è piazzato anche il più diffuso dei veicoli subacquei dell’azienda, un esemplare di Remote Operated Vehicle (Rov) giunto a fine corsa e utilizzato oggi per addestrare i tecnici che li useranno in acqua, sia civili che militari. La differenza principale, rispetto ai droni, è quella di essere collegati a una nave in superficie da un cavo di alimentazione e controllo: «Sono veicoli estremamente versatili, necessari per compiere un numero molto ampio di operazioni ma meno autonomi rispetto ai droni. Quando le condizioni del mare sono proibitive e la nave non può stare in zona, il drone lavora tranquillamente sott’acqua senza risentirne. Inoltre, il monitoraggio di infrastrutture molto lunghe è più efficace grazie all’autonomia di movimento, che può arrivare a 24 ore», racconta Massari.

Saipem produce le sue apparecchiature per utilizzarle a supporto dei progetti di costruzione delle infrastrutture che realizza, con contratti di servizio e manutenzione di durata pluriannuale.
«Possono capitare casi in cui i prodotti vengono venduti, recentemente su richiesta del ministero dell’Ambiente abbiamo realizzato un Rov full electric per l’Ispra, capace di operare in ecosistemi molto delicati. In genere, però, i nostri veicoli ci servono per lavorare sui nostri progetti», racconta Massari.
Un’altra attrezzatura che si trova nella base di Trieste è la cosiddetta Offset installation equipment, la “mongolfiera subacquea” brevettata e realizzata da Saipem dopo il disastro del 2010, quando la piattaforma Deepwater Horizon della BP che stava perforando il pozzo Macond”, al largo della Louisiana, provocò lo sversamento di milioni di barili di petrolio. La mongolfiera è una struttura costituita da quattro serbatoi cilindrici alti 12 metri, governati da un Rov, che può scendere in verticale sulla testa del pozzo e posizionare sulla fuoriuscita una sorta di tappo, sempre restando a distanza di sicurezza. «Ci fu commissionata da un consorzio di compagnie petrolifere dopo l’incidente e, per fortuna, non è mai stata usata. Una nostra squadra è però sempre pronta a partire, in nave o in aereo, per raggiungere l’area in cui si verificasse un incidente», spiega Massari.

Assieme agli inossidabili Rov, il fronte dei droni subacquei appare in questo momento il più caldo.
«Questi che stiamo portando sul mercato sono i primi governati dall’Intelligenza artificiale e le prospettive sono molto interessanti, in un momento in cui altri operatori affermano di volersi affacciare sul mercato e gli Stati hanno posto l’attenzione sulla necessità di sorvegliare e proteggere le infrastrutture sottomarine», continua Massari.
Per restare a Trieste, anche Fincantieri ha annunciato strategie sul deepwater, e proprio con Saipem è stato siglato un memorandum per collaborare in questo settore. Saipem è impegnata con richieste che arrivano soprattutto dai clienti del mercato energia. Oltre al campo norvegese di Njord, Saipem ha un contratto con Petrobras per l’impiego del FlatFish, che prevede lo sviluppo e l’applicazione di funzionalità autonome avanzate in acque profonde, in collaborazione con Shell e Cimatec. Programmi, dunque, che vengono sviluppati tra Marghera e Trieste, dove Saipem opera in concessione sulle due banchine al Porto Vecchio: «Siamo molto grati alla città», dice Massari, «che ci ospita dal 2010 e dove abbiamo trovato competenze scientifiche molto forti, dando lavoro a tanti giovani laureati». —
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