Avere vent’anni a Trieste: ovazione per il film di Samani a Venezia
Sette minuti d’applausi per la pellicola tratta dal romanzo di Giani Stuparich: «Il mondo non è pronto perché una donna desideri più cose»

Com’è avere vent’anni a Trieste? La Mostra del Cinema l’ha scoperto domenica grazie a “Un anno di scuola”, il nuovo film di Laura Samani accolto con un’ovazione di sette minuti di applausi in concorso nella sezione Orizzonti.
La regista triestina si è ispirata al romanzo di Giani Stuparich portandolo dal 1914 al 2007: una gioventù tutta diversa, meno ossessionata dalla politica, ma dove la parità emotiva tra ragazze e ragazzi non è ancora stata raggiunta.
Nella versione di Samani Edda Marty diventa Fred, una ragazza svedese che arriva nella classe di soli maschi di un istituto tecnico e sconvolge gli equilibri fra tre amici per la pelle: Antero, Pasini e Mitis interpretati da tre straordinari esordienti triestini, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno. Fred, solare e magnetica, è invece la diciannovenne svedese Stella Wendick.
Insieme bevono birrette nei buffet, vanno al Carnevale di Muggia, cantano “Una fresca bavisela” sul molo, e intanto si preparano a diventare adulti. Il film, girato con il supporto della Friuli Venezia Giulia Film Commission – Promoturismo FVG, è prodotto da Nadia Trevisan della friulana Nefertiti Film che ha creduto in Laura fin dal primo film “Piccolo corpo”, che nel 2022 le è valso il Premio David di Donatello e l’European Film Award come miglior regista esordiente.
E “Un anno di scuola” è anche un percorso nella Trieste più vera, quella dei rioni, dove si parla triestino, italiano, sloveno e anche inglese, quella quotidiana dell'I.S.I.S. Nautico Tomaso Di Savoia Duca Di Genova – L. Galvani di via Campanelle, location principale del film.
E nella musica del Friuli Venezia Giulia con brani tutti da artisti della regione, come Tre Allegri Ragazzi Morti, Mellow Mood, The Great Complotto, e la canzone del finale “Più niente” dei Prozac+, rifatta per il film insieme ad Elisa.
Chi sono i tre giovani protagonisti?
«Per mesi abbiamo coinvolto le scuole superiori triestine e fatto un importante lavoro di street casting battendo a tappeto le feste studentesche del mercoledì, le zone di ritrovo tra le Rive, Cavana e il Viale. Samuel Volturno, che interpreta Mitis, l’abbiamo trovato proprio durante un’interrogazione. Giacomo Covi, cioè Antero, e Pietro Giustolisi, Pasini, lavoravano in due locali del centro. Loro tre hanno certamente una similitudine di indole con i personaggi, ma il punto era riuscire a portare questa loro verità sul set. Abbiamo lavorato molto sul corpo e ognuno di loro ha tenuto un diario personale, in una sorta di apprendimento emotivo».
Siamo abituati a vedere al cinema i giovani romani, napoletani o milanesi. Cosa identifica la gioventù triestina?
«La libertà di movimento. C’è un mare cittadino, c’è il Carso. Penso alle mie estati: esci la mattina e torni per cena, ma poi esci di nuovo. Tutte le possibilità ce le hai a portata di mano. È l’essere scanzonati, poter improvvisare. La città sta cambiando molto, ma i bar con le perline alle pareti ci sono ancora, e ci vanno anche i ventenni».
Come ha scelto i luoghi della città?
«È comunque un film in costume. Dal 2007 ci cose leggermente diverse: Cavana è cambiata moltissimo, e così la Luminosa. Quasi tutte le facciate triestine hanno usufruito dei fondi del PNRR quindi sono tirate a lucido. Abbiamo scelto luoghi che non fossero troppo cambiati da allora, per esempio un buffet di Roiano, via Ciamician, l’Ausonia».
Perché “Un anno di scuola” parla ancora all’oggi?
«Quelli di Stuparich sono adolescenti diversi: c’era l’imminente Prima Guerra Mondiale, l’irredentismo triestino, la politica era molto presente. Nel 2007 era diverso: certo si andava in piazza, si occupava contro la Moratti, ma non c’era quell’urgenza. La Slovenia è entrata in Schengen e loro commentano solo: possiamo comprare più sigarette? Era l’anno prima che arrivasse Facebook a cambiare le nostre vite. Ma rimane un tratto in comune: Fred, come Edda, cerca una parità emotiva. Quel gap dopo un secolo è rimasto. Il mondo non è pronto perché una donna desideri più cose. Come quando ci vengono fatte queste domande: come fai a conciliare lavoro e famiglia? Fred vorrebbe essere come i suoi compagni maschi nel senso di poter desiderare tutto, invece le viene chiesto sempre di scegliere. L’unico modo rispondere a questo ricatto purtroppo è sottrarsi, anche se è doloroso».
“Un anno di scuola”, come in “Piccolo corpo” è un’altra storia di affermazione femminile…
«Mi interessano i processi di liberazione. Se vedo un contesto opprimente o claustrofobico provo a fare il gioco di pensare: come ne esco? Una sorta di palestra emotiva sulla pelle dei personaggi. Perché fare film abbia davvero un senso bisogna cercare la verità e la bellezza, provando a contagiare le persone intorno: l’unico modo per farlo è imparare ad aprirsi e imparare insieme».
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