Caso Biennale, Buttafuoco: «L’istituzione ridotta al rango di una fureria»

Il presidente della Biennale ospite del podcast “Il Fienile” di Luca Zaia. il caso del padiglione russo: «Non bisognava invitarli? Equivoco terribile»

 

Enrico Pucci

 

«È l'istituzione ridotta al rango di una fureria, dove pensi di poter comandare con i rutti». Pietrangelo Buttafuoco non la manda a dire e si toglie più di qualche sassolino dalle scarpe, conversando a ruota libera nel “Fienile” di Luca Zaia. Ospite della nuova puntata del podcast del presidente del Consiglio regionale del Veneto, il presidente della Biennale ricostruisce la vicenda del padiglione russo e delle relative polemiche, con tanto di scontro, non ancora conclusosi, con l’Unione europea, che minaccia di tagliare i finanziamenti.

«Come una fiera»

«C'è la guerra in corso - osserva Buttafuoco - e tutti i soggetti me li ritrovo presenti. Qui nasce l'equivoco terribile per cui si dice che non bisognava invitare. Ma qui arrivano perché partecipanti. Oltretutto nel caso della Russia sono proprietari di un padiglione che è presente dal 1914 con ancora l'aquila dei Romanov. Il capo delle politiche culturali del Pd dice non dovevano dare lo stand alla Russia. Lo stand. Come se fosse una fiera campionaria».

Ne ha anche per l’Unione europea: «Anche loro - dice Buttafuoco - non sanno come funziona, pensano che tutto sia come quando dicono a qualcuno “caccia quel direttore”, “non portare in scena quella ballerina”. Non c'è più decoro e rispetto istituzionale, non ti fai spiegare, c'è solo il grugnire».

Sull’ostilità ricevuta anche dal centrodestra, Buttafuoco confessa che gli è «sembrato eccentrico che in una campagna elettorale scatenassero una guerra di questo tipo. Nessuno può pretendere che la Biennale aggiunga sanzioni non avendo nessuna facoltà e nessun potere». Il presidente della fondazione ricorda per contro l'appoggio di «pezzi di mondi lontanissimi uniti in soccorso: Renzi e Salvini, Ezio Mauro e Giuliano Ferrara, Marco Travaglio». Infine, la decisione di indire i Leoni del pubblico, «nasce da una necessità: non potendo nominare una nuova giuria perché compete alla curatrice scomparsa».

Buttafuoco conclude credendo che «a molti dei protagonisti non piaccia tutto ciò. Ci sono i venerandi somari che si dilettavano dei versi alessandrini e non accettavano che il villano potesse interrompere la recita e dare il suo gusto. Ma c'è sotto un agguato: il re è nudo».

Un’altra intervista

In un’altra intervista, concessa sempre ieri al Fatto Quotidiano, Buttafuoco ha ribadito che a suo avviso «il più grande fraintendimento è di avermi accreditato, in quanto presidente della Biennale, di una potestà selettiva che non possiedo: far entrare in Biennale o far uscire dalla Biennale questo o quello». E lo scontro con l’amico Giuli? «Il ministro - aggiunge - avrà certamente obbedito alla ragion di Stato. Io ho rispettato l'istituzione e le sue regole che purtroppo pochi conoscono. E non spetta a me la consacrazione dell'uno o il dileggio dell'altro. Giuli è un fratello e troverà modo di venire. Tutto si potrà dire tranne che non si nutra affetto sincero. Ed è sia desiderio che bisogno reciproco nutrirlo senza risparmio».

Buttafuoco aggiunge che la Biennale non contesta certo l’assunto che la Russia è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito. Però aggiunge: «Più che Putin temo che l'Occidente, le grandi borghesie di queste democrazie liberali, non abbiano ancora digerito il processo con cui la Russia ha fatto fuori da sola l'Unione Sovietica, ha prodotto nel suo seno la forza per liberarsi del proprio ingombrante passato senza il tutor occidentale».

 

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