Castro: «Da Electrolux una mossa shock per poi vendere ai cinesi, serve una cordata italiana»

L’intervista all’ex dirigente del colosso svedese: «Pordenone e Zanussi sono una cosa sola, la fabbrica è il cuore industriale dell’intera provincia»

Maurizio Cescon
Maurizio Castro è stato dirigente di Electrolux e parlamentare
Maurizio Castro è stato dirigente di Electrolux e parlamentare

​​​«L’Italia si ricompri la filiera dell’elettrodomestico, è un asset strategico. Una public company sarebbe l’ideale. Se Electrolux dovesse vendere ai cinesi, non sarebbe una buona idea». Maurizio Castro è stato per decenni uno dei massimi dirigenti di Electrolux, «di quella che fu», puntualizza. Ma anche delle dinamiche attuali del colosso svedese comprende tutto, perché l’ha visto sbarcare, a metà degli anni Ottanta e ne ha seguito l’evoluzione.

Dottor Castro, siamo davvero alla fine di un matrimonio industriale durato 40 anni?

«L’obiettivo di Electrolux è vendere a Midea. Ci avevano già provato nel 2023, all’epoca non trovarono un accordo sul prezzo. Adesso molti sospettano che Stoccolma abbia fatto un annuncio choc, come quello dei 1.700 esuberi nelle fabbriche italiane, per legittimare l’arrivo di Midea, una specie di cavaliere che gli risolve il problema».

Perché teme che sia proprio questa la strada che si vuole intraprendere?

«Se tu dichiari che vuoi dimezzare la produzione in Italia, questi stabilimenti, per come sono costruiti, non reggono. Hanno bisogno di grandi volumi per funzionare al meglio. Già oggi Porcia, una fabbrica straordinaria per capacità ed efficienza industriale, per ricerca e sviluppo, è al minimo delle sue capacità. Eppure lo stabilimento di Porcia, per Electrolux, è stata la madre degli utili per più di 20 anni».

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Per evitare lo scenario della vendita ai cinesi, cosa si dovrebbe fare?

«Finalmente un serio ragionamento di politica industriale. Per molti anni si è pensato all’elettrodomestico come un parente povero rispetto ad automotive, difesa, cantieristica, farmaceutica e altro ancora. Invece l’Italia, per l’elettrodomestico è stata punto di riferimento nel mondo. La Germania è riuscita a difendere meglio di noi il suo ruolo in questo comparto. Da noi sono spariti tutti i marchi nazionali, l’unico è rimasto Smeg, ma ha una base industriale piccola».

Il tavolo al Mise, convocato per il 25 maggio dal ministro Urso, può essere un punto di partenza?

«Ma una piccola mediazione sindacale per salvaguardare la pace sociale in Veneto, in Friuli, in Lombardia non basta, nel lungo periodo. Fra tre anni ci ritroveremmo daccapo, con un problema irrisolto».

La soluzione, a suo avviso?

«L’Italia oggi si ricompri la filiera dell’elettrodomestico, senza ripetere l’errore del 1984 con i veti tra grandi famiglie industriali italiane che impedirono a De Benedetti l’acquisizione di Zanussi, che stava attraversando difficoltà di tipo finanziario, ma era il più importante player europeo dell’elettrodomestico. Alla fine, lo abbiamo sperimentato in questi decenni, le multinazionali non sono asettiche o neutrali, sono sangue e carne e rispondono a logiche territoriali, del loro Paese di origine. E agiscono di conseguenza».

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Lei ipotizza una public company. Quali caratteristiche dovrebbe avere?

«Sarebbe utile e opportuno mettere insieme tutte le competenze italiane del settore del bianco, o dei settori limitrofi. Anche i grandi fornitori, penso al gruppo Cividale per l’acciaio, o a quelli della plastica, potrebbero dare il loro contributo. E poi è indispensabile la mano pubblica, Cassa depositi e prestiti, fondi strategici. E a livello locale la partecipazione di Friulia potrebbe essere determinante. Penso a una compagine ricca, articolata, plurale per riacquistare la bandiera dell’elettrodomestico. Il nostro management è di primissimo livello, potrebbe ancora dire la sua nel riavviare un settore interamente nazionale».

Quali sono state le eredità positive di Electrolux?

«L’arrivo degli svedesi fu a suo modo sorprendente. E fino all’inizio degli anni Duemila la partecipazione ebbe aspetti molto positivi: la società valorizzò il top management italiano, così come il tessuto industriale del Pordenonese, dando opportunità di crescita ai dipendenti interni, ma anche a una miriade di ditte esterne, un indotto formidabile. Electrolux fu innovativa nell’approccio sindacale e negli anni Novanta il modello partecipativo, tra organizzazioni sindacali e management, fece scuola. Anche quando Stoccolma decise di eliminare la holding italiana, affidò comunque ogni linea di prodotto, dal frigorifero alle lavatrici, a manager italiani esperti e affidabili».

Cosa è andato storto, dopo quegli anni d’oro?

«È cambiato il Dna: da un approccio industriale Electrolux ha cominciato a ragionare con un approccio finanziario. Questo ha avuto conseguenze non banali. Decisero che non aveva più senso tenere in pancia la componentistica, ma così si rinunciò allo sviluppo tecnologico. Allora la componentistica Zanussi valeva il 30% del mercato mondiale. Già lì il gruppo cominciò a smembrarsi, il perimetro industriale si rattrappiva. Era cominciato il declino».

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