Il premio Nobel David Card: «La ricchezza va redistribuita se si vuole salvare il welfare»

L’economista canadese, docente a Berkeley: «Così si riducono le disuguaglianze fra le generazioni. Non credo che la patrimoniale sia efficace»

Marco ZatterinMarco Zatterin
David Card, premio Nobel per l'Economia 2021. al Festival Internazionale dell’Economia di Torino
David Card, premio Nobel per l'Economia 2021. al Festival Internazionale dell’Economia di Torino

Se lei fosse il presidente degli Stati Uniti, quale sarebbe la prima cosa che farebbe per salvaguardare il welfare state e rimettere ordine nella situazione globale che Donald Trump tenta di sfasciare? David Card sorride.

«Che dice, potrei assumere Mark Carney? », risponde rapido l’economista canadese, premio Nobel 2021 “per i suoi contributi empirici all’economia del lavoro”. Seduto in una stanza del Collegio Carlo Alberto di Torino, ospite del Festival Internazionale dell’Economia, il docente di Berkeley (classe 1956) esprime con tono leggero il pieno appoggio al premier della sua terra natale. Poi, però, si fa serio.

«Sono persuaso – spiega – che debba esserci un modo per convincere chi riceve di più che il sistema attuale crea molta ricchezza, ma che questa non viene distribuita molto bene, né tra le generazioni né all’interno delle singole generazioni».

In altre parole, aggiunge, «bisogna trovare una via perché queste persone capiscano che, nel lungo periodo, un sistema che prelevi una quota un po’ maggiore di quella ricchezza e la ridistribuisca in modo efficiente, attraverso diversi strumenti, sarebbe vantaggioso anche per loro e per i loro figli e nipoti».

Redistribuire, come? Con una tassa sulla ricchezza?

«Non credo che valga la pena di affrontare una battaglia del genere».

Perché?

«Tra gli economisti è sempre stata una questione controversa. La Svezia, molto tempo fa, ha introdotto per un certo periodo un’imposta patrimoniale, ma ha deciso che non funzionava. Non so se si stia parlando di reintrodurla, mentre altri Paesi l’hanno ripristinata. In California c’è una grande iniziativa in questo senso che, a quanto pare, è destinata a fallire. In alcuni Stati americani, una quota enorme delle entrate fiscali proviene dall’imposta sul reddito, pagata soprattutto da chi è più ricco. Se si inducono queste persone a trasferirsi altrove, il costo per lo Stato può essere alto. Quindi, che l’imposta patrimoniale sia una buona idea o meno, personalmente penso che difficilmente possa rivelarsi una soluzione efficace».

Ritiene che una patrimoniale possa alimentare il populismo da entrambe le parti, a destra e a sinistra?

«Negli Stati Uniti, il Partito repubblicano è una strana combinazione di persone estremamente ricche e altre con redditi molto più bassi, tutte di orientamento populista. Trump è riuscito a convincere gli elettori della classe lavoratrice che lo sostengono che una tassa sulla ricchezza sia una cattiva idea. Perciò, finché la destra sarà guidata da persone come Trump, questi elettori non sosterranno la patrimoniale. Non so se si possa immaginare un altro tipo di partito di destra, ma al momento, nella maggior parte dei Paesi europei, la destra presenta caratteristiche simili».

Gli Stati Uniti possono ancora essere un punto di riferimento per la crescita globale in un sistema multilaterale?

«Winston Churchill una volta disse che, quando non resta nient’altro da fare, gli americani finiscono per fare la cosa giusta. È quindi possibile che si ripeta ciò che diceva Churchill: che si liberino di Trump e tornino su una strada più ragionevole. Ma, dopo aver vissuto a lungo negli Stati Uniti, penso che ci sia qualcosa che non va davvero nel modo in cui gli americani vedono il resto del pianeta. Non si rendono conto del caos che stanno provocando. E non capiscono neppure che alcune delle condizioni molto favorevoli di cui godono dipendono probabilmente dal fatto che hanno aiutato il resto del mondo e che, a sua volta, il resto del mondo ha aiutato loro».

Viviamo un conflitto generazionale: ma questo non è un mondo a misura di giovani, vero?

«L’età media dei membri della Camera dei rappresentanti, dei senatori e del presidente è decisamente fuori misura. In sostanza, sono gli anziani a gestire tutto. Penso che questo sia parte del problema che i giovani vedono, giusto? Gli anziani stanno benissimo: non lavorano, ricevono un reddito, hanno belle case e le hanno già pagate. Negli Stati Uniti, in genere, hanno anche l’assistenza sanitaria garantita, mentre per i giovani la sanità resta un problema. Non devono preoccuparsi dell’intelligenza artificiale: per loro l’IA rappresenta soltanto un vantaggio. Dal punto di vista di un economista, ciò che non torna è che la maggior parte di queste persone ha nipoti appartenenti alla Generazione Z o alla Generazione Y. Ci si aspetterebbe che si preoccupassero per loro e che avessero una visione più complessiva del mondo. Ma se ascolti qualcuno come Trump, non sembra avere questa prospettiva».

I partiti di destra discutono della possibilità di una «remigrazione». Che cosa ne pensa?

«Come Trump! Ora, non conosco bene la situazione italiana. Ma nel contesto degli Stati Uniti, penso che sia un’idea folle».

Come mai?

«Negli Usa ci sono molti immigrati. Sono presenti storicamente nel Paese. Non guadagnano molto, ma contribuiscono all’economia e, nel giro di un paio di generazioni, riescono a raggiungere condizioni di vita relativamente buone. Gli stessi gruppi hanno contribuito parecchio anche all’economia spagnola, sebbene anche in Spagna ci siano alcune critiche alla situazione. Come si fa a espellerli? ».

Riproviamo. E l’Italia?

«La questione africana da voi è difficile perché la differenza razziale è molto marcata, così come quella religiosa e culturale; inoltre, c’è un enorme divario nell’istruzione. Però non è davvero una questione economica. Il problema è esclusivamente politico».

 

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