Imprese manifatturiere nel mirino degli hacker: aumentano gli attacchi

Rapporto Clusit: le Pmi sono diventate nel 2025 il secondo settore con una quota del 12,6 per cento dopo quello statale (28,4%) e prima dei trasporti e della logistica (12%) dei 1.432 casi registrati nel 2021-2025, oltre un terzo risalgono all’anno scorso

Federico Piazza

 

Le Pmi manifatturiere italiane sono diventate un target appetibile per gli hacker informatici, perché sono molto sensibili al rischio di interruzione delle continuità operativa dei processi produttivi. E, quindi, sono facilmente ricattabili economicamente. A tal proposito, i dati del Rapporto Clusit 2026 dell’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica sono poco rassicuranti. Nel 2025 circa il 16% degli attacchi cyber globali verso il settore manifatturiero ha infatti colpito realtà italiane.

La crescente esposizione al cyber crimine delle aziende industriali è evidenziato dal fatto che, a livello nazionale, la manifattura è diventata nel 2025 il secondo settore target con una quota del 12,6%, dopo quello statale (governo-militare-forze dell’ordine: 28,4%) e prima di trasporti-logistica (12%). Ma ciò che più salta all’occhio è la recente impennata degli attacchi classificati come gravi verso l’Italia: dei 1432 registrati complessivamente nel quinquennio 2021-2025, oltre un terzo (507) sono avvenuti l’anno scorso (+42% rispetto al 2024).

Il trend lo ha notato anche l’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano: nel 2025 ben il 34% delle grandi imprese italiane ha subito attacchi che hanno comportato costi significativi di ripristino e il 3% ha avuto anche un impatto sull’operatività. Il fenomeno riguarda in maniera crescente anche le piccole e medie imprese, per le quali i costi da affrontare per far fronte a un attacco cyber superano mediamente i 100mila euro tra spese di ripristino, perdite operative e oneri legali.

Le aziende devono quindi darsi una seria politica di gestione del rischio informatico, non solo perché lo richiede una serie di normative Ue in fase di attuazione (la direttiva NIS2 - Network Information Security; il regolamento CRA - Cyber Resilience Act; il regolamento AI Act sull’intelligenza artificiale), ma anche perché la questione è diventata inderogabile.

Su questo tema nella sede padovana dello studio legale internazionale GA-Alliance si è tenuto ieri Cyber Resilience Sync, un incontro tra professionisti, tecnici informatici e imprenditori soprattutto manifatturieri del Nordest, organizzato da Logos Technologies, azienda di Mestre specializzata in consulenza ICT.

«Il forte incremento dei crimini cyber è legato all'avvento delle criptovalute e dei ransomware», osserva Livio Pianura, Ceo di Logos. «Precedentemente erano papabili solo le aziende che avevano brevetti e informazioni monetizzabili. Ma oggi si possono attaccare i sistemi informativi di qualsiasi tipo di azienda manifatturiera perché prendendo in ostaggio dei dati o interrompendo la produzione si cagionano danni enormi in poco tempo e si può quindi ricattare le vittime chiedendo un riscatto in criptovalute non tracciabile».

La soluzione non passa comunque solo attraverso firewall e software di protezione. Serve innanzitutto un’evoluzione della cultura aziendale e delle figure dell’IT Manager e dell’amministratore di sistema.

«La direttiva NIS2», spiega Pianura, «si basa sul principio di fondo che la gestione del rischio informatico non è più un problema di strumenti, ma di governance e di managerialità. La questione non è comprare difese, perché la guerra a chi spende di più tra difesa e attacco porta solo a distruggere il conto economico delle organizzazioni. Quello che serve è avere consapevolezza dei propri processi e dei rischi, e trovare un metodo per gestirli».

Per molte aziende, però, superare mentalità e strutture organizzative che vedono ancora la IT come una mera questione tecnica non è banale.

«Da questo punto di vista la NIS2, che probabilmente nei prossimi mesi espanderà il perimetro dei soggetti interessati, è un bene perché impone ai cda responsabilità non delegabili sull’analisi dei rischi, sulle linee guida e sui piani d’azione da eseguire per migliorare la situazione, introducendo cultura e competenze».

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