Zorzettig: «Solo chi racconta poi vende il vino»

Annalisa Zorzettig, Colli Orientali, porta avanti le idee del padre, che si è sempre battuto per gli autoctoni, anche quando il mercato voleva vitigni internazionali: «Abbiamo eccellenze incredibili ora dobbiamo imparare a farne il giusto sfoggio»

Luca FerruaLuca Ferrua
Vicino alla nuova cantina anche i frutti del territorio
Vicino alla nuova cantina anche i frutti del territorio

La cantina nuova è quadrata come le case friulane, con il corpo dell’accoglienza davanti, e la porta è aperta. Annalisa Zorzettig la chiama «la fine di un percorso», ma la usa come un inizio: un posto dove chi arriva sta bene e trova qualcuno pronto a offrirgli un bicchiere.

Il luogo attira, ha scoperto, prima ancora che qualcuno inviti. «Ma non bastiamo noi, quello che abbiamo fatto finora. Bisogna cominciare adesso. »

Il suo posto, dice, è qui. Non la casa: l’azienda, la cantina, i ragazzi, la strada in macchina per arrivarci. Il vignaiolo ha un’autonomia che la fabbrica non conosce, perché la fabbrica apre e chiude, mentre «la terra non ha orari».

Quello che le manca è stringere la mano al cliente, americano o triestino, milanese o romano, e dirgli grazie per averli scelti. «È quello che mi dà da vivere. »

L’azienda sta nei Colli Orientali, divisa in quattro zone che in linea d’aria distano pochi chilometri e sono mondi diversi: a Spessa il vino viene potente e saporito, a Premariacco crescono sauvignon e malvasia su esposizioni e giaciture diverse, a Prepotto, in una delle poche vallate italiane che corrono da est a ovest, i suoli ghiaiosi e limosi danno freschezza.

Ed è a Prepotto, incastonati nei boschi accanto allo schioppettino, che vivono quasi due ettari di tocai dalle viti ultracentenarie. Non stanno lì perché il vino sia il più buono, tiene a precisare: stanno lì perché i suoi avi hanno fatto incontrare varietà, terra, lavoro dell’uomo e microclima, una combinazione che oggi si ritrova in eredità.

La difesa gli autoctoni

Il merito è soprattutto di suo padre. Negli anni Ottanta il mercato chiedeva vitigni «fighi», internazionali, e attorno al tavolo di famiglia le teste erano tante e ognuna aveva le sue ragioni. Sauvignon e pinot avevano trovato un ottimo terreno, ma il mercato li voleva in quantità. Lui si è sempre battuto per gli autoctoni: schioppettino, picolit, tocai.

Oggi gli autoctoni sono stati rivalutati, e la cantina serve a questo: strumenti, struttura, persone preparate, perché «non si è mai abbastanza bravi». Un enologo nuovo, Antonio Lucarelli, con l’energia di chi ha davanti nuove sfide, e la consulenza di Luca D’Attoma, che dalla Toscana segue vigneto, personale e cantina come «la tessitura di una tela».

E i tempi del vino, che non sono quelli del mercato: i bianchi friulani, dice Annalisa, hanno bisogno di almeno due anni di affinamento, e dopo danno di più.

Il vitigno scartato

Al centro di tutto c’è il friulano. Il vecchio tocai, che porta questo nome dal 2007, è il vino bandiera della regione, quello che unisce tutto il territorio. La genetica ne conferma l’origine bordolese: a Bordeaux non ebbe fortuna e fu messo da parte, qui ha trovato suoli, clima e soprattutto l’amore di un popolo, il contadino e l’artigiano che l’hanno fatto proprio.

È il vino di tutti i giorni, quello che bevi in ogni momento, «così importante da non essere mai noioso», ricorda lo storico del vino Gianluca Castellano. Ma è un’uva che chiede cure, a partire dalla vigna, dove le prime gemme sono poco fertili, e ripaga con un’impronta grandissima e una longevità che pochi bianchi italiani possono vantare.

La sfida, però, non è in vigna. È nel raccontarlo. Il Friuli ha nel cassetto una storia scritta bene: a ovest la cultura veneziana dal Quattrocento e il vino per i dogi, a est le classificazioni asburgiche del Settecento, e poi la rivoluzione dell’acciaio e della temperatura controllata portata da Mario Schiopetto negli anni Sessanta. «Soltanto che non ne facciamo sfoggio ». E intanto quote di mercato si sono perse, in una terra dove un tempo il vino bianco italiano era il vino friulano.

Annalisa lo dice con una frase sola: «Chi non mostra non vende». Ai friulani si rimprovera la chiusura, e lei non lo nega: il primo impatto è quello di un popolo introverso. La sua generazione ha fatto le formiche, a testa bassa, dietro le quinte. Ora il nordest, e il Friuli in particolare, può essere una locomotiva per il vino italiano, ma perché lo sia la modestia deve diventare un’altra cosa: non esagerare, accorgersi di avere qualcosa di più. L’umiltà va bene, se si trasforma in orgoglio. Senza perdere l’identità, che è il rischio vero: fare la fine di altri territori.

Un nome di sei secoli

Il modo di raccontarlo l’ha trovato nel 1380, e non è un paradosso: per parlare al futuro ha cercato la parola più antica che il friulano avesse. Quando ha dovuto battezzare la linea nuova, i nomi dei ronchi e delle colline erano già usati ovunque e quelli dell’agenzia non la convincevano.

Fu un amico fotografo a toglierla dall’impasse: entrò nel Duomo di Cividale e un monsignore, di buon umore quel giorno, gli aprì la biblioteca. Lì, in un libricino, un contadino anonimo aveva scritto d’amore in friulano, una lingua dura dove ti amo e carezza non esistono e il massimo è ti voglio bene.

Per la prima volta in quella lingua compariva la rima baciata, il paragone tra la terra e una donna. In quei versi tornava una parola, mio. Da lì il nome della linea, Myò, con il friulano in testa. «Adesso lo avete nel calice: quel mio diventa anche vostro. »

Perché non l’ha chiamata con il suo nome, le chiedono ancora. La risposta è sempre la stessa: il nome e cognome si scrivono sulla lapide, non sull’etichetta. La cantina, intanto, resta aperta. In Friuli la fiducia si conquista così, ogni giorno: «Poi ti danno le chiavi di casa».

 

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