Il Paradiso perduto e ritrovato

A Venezia, in Fondamenta della Misericordia, un'osteria che Adamo ha creato e poi lasciato, ma che Lorenzo, Anna e Andrea tengono viva: storia di un luogo, di una nuvola di baccalà, e di un miracolo laico

Gianni Moriani

Paradiso perduto. A Venezia, in Fondamenta della Misericordia, un'osteria che Adamo ha creato e poi lasciato: oggi la tengono viva Lorenzo, Anna e Andrea. Storia di un luogo che non si è imbalsamato, e di una nuvola di baccalà mantecato che vale una piccola conversione.

Esistono luoghi che si attraversano, si annusano, si mangiano. E poi restano dentro. L'Osteria Paradiso perduto è uno di questi.

Sta in Fondamenta della Misericordia. Già il nome dice molto: Misericordia, Paradiso, perdizione, salvezza. Venezia non ha bisogno di inventare metafore. Le mette sulle targhe delle strade.

Qui il Paradiso lo ha creato Adamo, il fondatore. E il suo nome sembra già una dichiarazione di poetica: nella Bibbia Adamo è l'uomo che perde il Paradiso; qui, invece, è quello che lo ha fatto ritrovare a tutti noi.

Lo si vedeva muoversi tra i tavoli come un demiurgo un po' stralunato, un piatto in una mano e in bocca un pensiero che non finiva mai, cominciava a spiegarti una ricetta e finiva a parlare della laguna, del MOSE e di imperscrutabili poteri, senza che tu capissi bene quando era avvenuto il passaggio. Era proprio questo, forse, il suo modo di essere ospitale: non servirti soltanto da mangiare, ma trascinarti dentro il suo disordine.

Poi, un giorno, ha lasciato. Per scelta, non per fine. Si è sottratto, forse sfinito dalla fatica di governare il suo Paradiso. Perché anche il Paradiso stanca, quando devi tenerlo in piedi ogni giorno: nutrirlo, animarlo, ascoltare le sue voci mescolate in Babele.

Adamo aveva creato un luogo diventato troppo grande per essere semplicemente un locale. Era cibo, musica, rumore, teatro. Era gente, caos generativo: una Babele veneziana di voci e dialetti, bicchieri e piatti, risate e camerieri, amici e sconosciuti, tutto insieme, senza chiedere permesso. Il disordine, qui, era vero. Come la fame. Come la sete. Come Venezia.

Col tempo Adamo era diventato quasi indecifrabile: le parole si accavallavano, le elucubrazioni prendevano strade misteriose, una frase ne generava un'altra e un pensiero ne apriva tre, finché alla fine restava una nuvola. Forse era quella la sua maniera di stare al mondo. Una lingua tutta sua, una grammatica scombinata.

Poi ha deposto il governo del suo Paradiso. E il Paradiso è rimasto.

Adesso lo tengono vivo Lorenzo, fratello di Anna, Anna e Andrea, il suo fidanzato. Una Trinità terrena che ha raccolto il testimone senza trasformare il luogo in un museo di se stesso.

Non hanno imbalsamato il Paradiso perduto: lo hanno lasciato vivere. E forse è questo il modo più autentico di rispettare ciò che hanno ricevuto: non conservarlo immobile, ma continuare ad animarlo.

Il locale conserva la sua anima underground, la sua allegria scomposta, la sua libertà. E soprattutto la bontà.

Perché, alla fine, dopo tutte le parole, resta il piatto. E qui il piatto è forte: non solo il baccalà, tutta la cucina. Non tradisce.

Poi arriva la nuvola di baccalà mantecato. E succede qualcosa.

Non è soltanto un piatto. È un'apparizione: leggera, bianca, profumata. Il baccalà sembra essersi liberato del proprio peso, diventato aria. Ma un'aria saporita, veneziana, antica, golosa. Una leccornia che è anche una piccola purificazione: immediata, senza sacerdoti, senza incenso, senza confessionale.

Questa osteria è un tempio, ma non annoia con inutili omelie. Non ti chiede di confessarti, non ti domanda di espiare, non promette l'aldilà. Qui nessuno ti caccia dal giardino.

Al contrario: l'idea è accoglierti, farti stare bene, lasciarti libero di restare. Ad andartene sei tu, quando decidi. E te ne vai portando con te una felicità che altrove non si trova.

Fuori c'è l'inferno, quello che abbiamo costruito con una certa ostinazione: fretta, rumore, solitudine, cattiveria, confusione. Un inferno moderno, spesso ben organizzato.

Qui dentro, invece, la Babele è un'altra. Nutre, parla, canta, ride, mangia. Confonde le lingue ma mette tutti allo stesso tavolo.

E forse è questo il vero miracolo: non dover credere. Basta entrare.

Il Paradiso non è un'invenzione, non è una promessa. È qui. Ha un indirizzo, una cucina, dei tavoli, tre persone che lo tengono vivo. E ha una nuvola di baccalà mantecato che vale una piccola conversione.

Adamo lo aveva ideato e plasmato. Poi lo ha lasciato. Ma non ce lo ha portato via.

Questa è stata la sua ultima, involontaria, grande generosità.

Il Paradiso è rimasto. Perduto e ritrovato, a Venezia, in Fondamenta della Misericordia.

Basta entrare, sedersi, ordinare. E aspettare.

Poi arriva la nuvola.

E per un istante l'inferno resta fuori dalla porta.

Qui dentro c'è il Paradiso. E non bisogna neppure morire per trovarlo.

 

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