Il Montin cambia mano: Venezia perde l’osteria degli artisti

Dopo 76 anni e tre generazioni la famiglia Carrettin lascia l’Antica Locanda Montin, che da novembre passa a un gruppo francese. Il nuovo proprietario promette restauro e continuità, ma quando un locale storico cambia padrone non cambia solo chi sta dietro il bancone

Gianni Moriani
Il giardino interno dell'Antica Locanda Montin
Il giardino interno dell'Antica Locanda Montin

Dopo la vicenda del Vecio Fritolin, dove una storica insegna ha lasciato il posto a un ristorante cinese, tocca all’Antica Locanda Montin. Questa volta l’accento è francese. La famiglia Carrettin, che dal 1950 custodisce uno dei luoghi più noti della ristorazione veneziana, lascia dopo 76 anni e tre generazioni.

Tutto è nato dalla decisione della proprietaria dei muri di vendere: i Carrettin avevano ancora sei anni di contratto, ma da novembre l’intero complesso (ristorante, giardino, camere) passa a un gruppo guidato dal parigino Julien Desselle, che intende restaurarlo. Le stanze diventeranno una struttura di charme, mentre il ristorante, promette il nuovo proprietario, manterrà il suo stile e si aprirà di più alla città.

Un locale storico di Venezia che cambia proprietario

Letta come cronaca immobiliare, è una normale operazione di mercato: uno vende, l’altro compra, un edificio si rinnova. Ma a Venezia, quando passa di mano un locale storico, non cambia soltanto chi sta dietro il bancone. Cambia il rapporto tra quel luogo e la città.

È questo il punto, e non ha nazionalità. Non è il passaporto dei nuovi proprietari a preoccupare, né sarebbe giusto giudicare una gestione che deve ancora cominciare. La domanda è un’altra: che cosa resta di un’osteria veneziana quando viene meno il legame con la comunità che la abitava?

L’osteria degli artisti, da Hans Barth a D’Annunzio

Per capire che cosa è in gioco basta tornare indietro di oltre un secolo. Nel 1909 usciva in Italia «Osteria. Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri», del tedesco Hans Barth, con una prefazione di Gabriele D’Annunzio.

Barth presenta il Montin come l’«osteria degli artisti»: un lungo corridoio d’ingresso e poi, oltre, il giardino con le colonnine, i pergolati, perfino lo spazio per le bocce. Al centro della scena, più che i piatti, pur ricchi di frutti di mare e specialità lagunari, ci sono le persone: il pittore Egisto Lancerotto, genius loci dall’abbigliamento trasandato, gli amici e gli ammiratori, la cuoca, la bella figlia del padrone. Anche D’Annunzio, nella prefazione, ricorda il Montin e il suo giardino ombreggiato dai pergolati.

Ciò che conta è che la vocazione del Montin non è una costruzione postuma né un’operazione di marketing. Prima ancora delle celebrità (Agnelli, Peggy Guggenheim, Jimmy Carter, Robert De Niro) c’era un luogo che possedeva già un’anima: un’osteria capace di accogliere artisti e intellettuali senza smettere di essere un’osteria.

Non organizzava eventi culturali. La cultura era già lì, seduta ai tavoli. Era un luogo della Venezia minore, fatta di giardini nascosti, fondamenta appartate, tavoli condivisi, frequentazioni fuori dagli itinerari ufficiali. L’osteria, nella tradizione veneziana, non è stata soltanto un esercizio commerciale: era anche un’agorà dove si mescolavano mestieri, generazioni, provenienze.

Si entrava per mangiare, ma anche per incontrare qualcuno, discutere di politica, commentare la giornata. C’erano gli avventori che occupavano sempre lo stesso tavolo, i lavoratori a pranzo, i residenti che conoscevano il gestore.

Dal Vecio Fritolin al Montin: le osterie veneziane diventano destinazioni

Il Vecio Fritolin, ora il Montin: sempre più spesso questi spazi vengono ripensati per un pubblico di passaggio, per visitatori in cerca di un’esperienza autentica ma consumabile nei tempi di un soggiorno. L’osteria diventa una destinazione, un indirizzo da segnare sulla guida. Può essere più elegante e confortevole di prima, ma perde quella spontaneità che ne faceva il carattere.

Il paradosso è questo: cresce la domanda di autenticità mentre scompaiono, un locale alla volta, i luoghi che la producevano ogni giorno. A volte si conserva il nome, si restaurano le pareti, si valorizza il giardino reso celebre da «Anonimo Veneziano», si raccontano i personaggi illustri. Ma la vita che dava senso a quegli ambienti non si restaura insieme agli intonaci.

Il rischio, dunque, non è la ristrutturazione in sé. È che la valorizzazione dell’immobile prevalga sulla conservazione della sua funzione sociale. Non basta mantenere un menu per salvare un’osteria, né un’insegna per custodire una storia. Una cucina si tramanda con ricette, ingredienti e tecniche, ma una cultura gastronomica vive anche delle persone che la frequentano.

L’addio dei Carrettin e la Venezia che resta da vivere

Ai cugini Luca e Giorgio Carrettin resta il merito di aver chiuso come meglio non si poteva: lavorando, in una giornata come le altre, senza trasformare l’addio in spettacolo. Adesso comincia un’altra storia. Ci auguriamo che il nuovo proprietario capisca che cosa ha acquistato oltre ai muri, alle camere e al giardino.

Perché una città può permettersi di cambiare proprietari, investitori e gestori. Ma se perde i luoghi in cui riconoscersi, rischia di diventare sempre più una meta turistica e sempre meno capace di essere vissuta.

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