
Un uragano travolge il vino, ma il Nord Est tiene
Produttori che non imbottigliano, rossi fermi in cantina, export americano in calo e i dazi Usa rimborsati non riportano giù i prezzi. Eppure Veneto e Friuli-Venezia Giulia portano nella guida Slow Wine 288 cantine, 28 Chiocciole e 117 Top Wine. Due strade diverse per restare in piedi
«Lo scorso anno avevamo scritto che il mondo del vino stava entrando in una tempesta perfetta. Oggi quello che osservavamo da lontano è diventato un uragano. E noi ci ritroviamo in mezzo».
Giancarlo Gariglio, curatore di Slow Wine, non addolcisce l'introduzione alla guida 2027, presentata sabato 17 ottobre al Superstudio Maxi di Milano. E il dettaglio che sceglie per aprirla vale più di qualsiasi statistica: «Durante le visite abbiamo incontrato diversi produttori che nel 2026 non hanno imbottigliato».
Non per scelta stilistica, non per un'annata sbagliata. Perché il vino dell'anno prima è ancora lì, nelle vasche e nelle botti, in attesa di un mercato che non lo chiama. «Molti rinviano l'uscita dei vini rossi, oggi la categoria più in affanno. Le esportazioni verso gli Stati Uniti mostrano preoccupanti segni meno, mentre i consumi italiani ristagnano e i costi continuano a salire».
Una crisi che si moltiplica
La guida arriva in libreria con 7.809 vini recensiti su oltre diecimila assaggiati, 2.059 schede di cantina, 253 collaboratori che hanno attraversato tutte le regioni. È un osservatorio che nessun istituto di ricerca possiede, perché non lavora sui dati ma sulle visite. Per la prima volta alcune schede si chiudono con un testo in corsivo viola chiaro: è il riassaggio di vini già recensiti, perché la nuova annata non è stata messa in commercio. Un segno tipografico che racconta un'economia ferma.
I numeri esterni confermano. Secondo l'OIV nel 2025 i consumi mondiali sono scesi del 2,7%. Unione Italiana Vini, su dati Istat, registra una flessione del 3,7% nel valore dell'export. Nella grande distribuzione, rilevazioni Circana, i rossi perdono il 4,2% dei volumi, gli spumanti crescono dell'1,5%, i bianchi tengono.
Ma il punto di Gariglio non è la somma dei numeri. «Non è una difficoltà passeggera, ma una crisi complessa: cause lontane tra loro finiscono per sommarsi e moltiplicarne gli effetti». Il clima che anticipa le vendemmie e il dazio che blocca una spedizione non hanno nulla in comune, eppure colpiscono la stessa cantina nello stesso anno.
Il paradosso americano
Su uno di quei fattori, i dazi, arriva in questi giorni dagli Stati Uniti una lezione che vale per tutti. La racconta un'inchiesta di Wine Enthusiast tra importatori, distributori e consulenti. A febbraio la Corte suprema ha dichiarato illegittimi i dazi contestati dell'amministrazione Trump, aprendo la strada alla restituzione di 166 miliardi di dollari agli importatori di tutti i settori. Ad agosto risultavano già elaborati rimborsi per circa cento miliardi. La procedura, contro ogni aspettativa, funziona: «Ci aspettavamo grandi difficoltà, e invece non è stato un caos», racconta Victor Schwartz, fondatore dell'importatore newyorkese VOS Selections.
Eppure i prezzi delle bottiglie non scendono. Andrew Sinclair, amministratore delegato di González Byass USA, aveva osservato rincari tra due e quattro dollari a bottiglia, con la pressione più forte sui vini intorno ai nove dollari. Ora che il dazio è stato restituito, il percorso inverso non parte. Gli importatori avevano assorbito parte del colpo, e il rimborso serve a recuperare margini già sacrificati.
La guerra commerciale non è finita: a luglio sono state annunciate nuove aliquote tra il 10 e il 12,5% su sessanta partner, Paesi europei compresi, e i consulenti invitano a tenere i rimborsi come riserva. E c'è il precedente della pandemia, quando i prezzi salirono per non tornare più indietro. «È semplicemente la nuova normalità», dice Sinclair.
Per il vino italiano la lezione è chiara. Il dazio come misura è stato cancellato; il dazio come prezzo è rimasto. Un fattore esterno entra nel sistema, altera i comportamenti, e quando viene rimosso il sistema non torna indietro. Chi aspetta che passi la tempesta scoprirà che il paesaggio, dopo, non è più quello di prima.
Il nordest nell'uragano
È dentro questo quadro che vanno letti i numeri di Veneto e Friuli-Venezia Giulia, che insieme portano in guida 288 cantine e 901 etichette. Contano 28 Chiocciole, il riconoscimento alle aziende buone, pulite e giuste, 21 Bottiglie per l'eccellenza nel bicchiere, 7 Monete per il miglior rapporto tra qualità e prezzo, 117 Top Wine. Ventidue sono le novità: più di un ingresso su otto dell'intera guida parla con accento veneto o friulano.
Le due regioni raccontano però due modi diversi di tenere. Il Veneto cresce di due cantine e fa incetta di Chiocciole. Il Friuli ne perde cinque, ma rivendica un livello medio che in Italia ha pochi eguali.
Veneto, la potenza che impara la leggerezza
Sono 161 le cantine venete recensite, con 523 etichette, 21 Chiocciole, 11 Bottiglie, 4 Monete e 12 novità. Per numero di Chiocciole solo Piemonte e Toscana fanno meglio. La guida descrive una regione ampia e complessa, ancora la più produttiva del Paese, spinta dalla forza possente del Prosecco.
La parola chiave è alleggerimento, ed è la risposta più diretta alla crisi dei rossi denunciata da Gariglio. In Valpolicella i Superiore nascono ormai quasi tutti da uva fresca, non appassita, e la stessa tendenza tocca l'Amarone. È la risposta di una denominazione costruita sulla potenza a un mercato che premia freschezza e beva. Il rovescio della trasformazione ha il nome di un vino antico: il Recioto della Valpolicella, oggi prodotto in quantità così esigue da meritare un Presidio Slow Food.
Sul Garda, Bardolino e Custoza premiano chi ha sempre rispettato la natura leggiadra e fresca dei propri vini. Nelle Terre della Garganega la qualità resta ancorata alla collina e al suolo basaltico. Sui monti Lessini cresce la presenza di giovani donne alla guida delle aziende, lungo il Piave si muovono realtà artigianali, e su tutto continua a splendere il Prosecco di collina sulle tavole di mezzo mondo.
I Top Wine veneti sono 66 e la loro mappa conferma il racconto. Nove Amaroni, da Bertani e Allegrini a Speri e Ca' Rugate, affiancati da nove Valpolicella tra annata, Superiore e Ripasso. Il Soave risponde con cinque etichette firmate da Pieropan, Gini, Prà, Suavia e La Cappuccina. Tra Valdobbiadene e Asolo i Prosecco premiati sono undici, compresi i rifermentati in bottiglia di Casa Coste Piane e Case Paolin. E il Recioto, il vino che rischia di sparire, è presente con tre bottiglie: Giuseppe Quintarelli, Piccoli, La Dama.
Friuli-Venezia Giulia, l'identità come risposta
Trecento millimetri. Tanta acqua è caduta in poche ore, tra il 16 e il 17 novembre 2025, sulle colline fra Udine e Gorizia. Le frane hanno trascinato via filari, il fango è entrato nelle cantine, e a Brazzano, nel Collio, Borgo del Tiglio ha pagato il conto più pesante. Poi l'estate 2026: grandine sparsa e una siccità che da queste parti nessuno ricordava. Se Gariglio parla di cause che si sommano, il Friuli ne è la dimostrazione fisica.
Eppure la guida raccoglie qui uno dei giudizi più netti dell'edizione: un livello medio dei vini che in Italia ha pochi eguali. Il Friuli-Venezia Giulia viene letto insieme alla Primorska slovena: 127 cantine, cinque in meno, con 378 etichette, 7 Chiocciole, 10 Bottiglie, 3 Monete e 10 novità. Il calo numerico non racconta un passo indietro. La guida registra lo sforzo di produttori, associazioni e consorzi per dare al vino regionale e a quello d'oltreconfine una veste più identitaria in termini territoriali.
I Top Wine del Friuli-Venezia Giulia e della Slovenia sono 51. Tredici portano la sigla dei Colli Orientali, otto quella del Collio. Accanto ci sono i nomi che hanno fatto la storia dei bianchi macerati, Gravner, Radikon, La Castellada, Damijan Podversic, e il Carso di Zidarich e Skerk. Oltreconfine la guida premia Brda, Vipava e Istria slovena, con Marjan Simčič, Burja e Klabjan. Dal Friuli arriva anche il Premio al Giovane Vignaiolo, a Nikolas Juretic, il cui Mont 2024 è tra i Top Wine.
Cambiare le regole, non aspettare
L'edizione 2027 è dedicata a Carlo Petrini, primo curatore della guida Vini d'Italia, e la dedica non è un omaggio di circostanza. Slow Food riprende le sue parole: «Non si esce da questa situazione se non si cambiano i paradigmi e le radici di questa economia». Petrini, scrive Gariglio, «non invocava una restaurazione, ma alleanze capaci di cambiare le regole del gioco».
Il passaggio chiave è questo: «Ora più che mai produttori, distributori, ristoratori e consumatori devono riconoscere di essere legati dallo stesso destino e scegliere insieme come agire». Il produttore friulano che non imbottiglia, l'importatore di New York che trattiene il rimborso, il consumatore che paga nove dollari una bottiglia che ne valeva sette: sono tre anelli della stessa catena, e nessuno dei tre può risolvere il problema da solo.
Il luogo dove provarci è già fissato: la sesta Slow Wine Fair, a BolognaFiere dal 21 al 23 febbraio 2027, dedicata «al mercato del vino, ai suoi linguaggi, alle sue contraddizioni e ai consumi che cambiano». «Non una tregua provvisoria, ma un laboratorio nel quale tracciare una rotta comune». La guida, intanto, segnala i passi già compiuti: 1.204 cantine biologiche o biodinamiche, più della metà; 3.005 vini in bottiglie da 450 grammi o meno, marcati da un nuovo simbolo, la bilancia.
Il nordest arriva a quell'appuntamento con due strade diverse. Il Veneto, gigante che impara la misura. Il Friuli, piccolo e ostinato, che risponde all'uragano con l'unica arma che non si può importare né tassare: il proprio paesaggio nel bicchiere.
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