Divano e amicizie: il mondo militante visto da Zerocalcare

Il fumettista romano torna su Netflix con la nuova, attesa serie “Due spicci” in compagnia dell’inseparabile alter ego Armadillo e del socio Cinghiale

Marco Contino
Zercocalcare seduto sul divano con l’Armadillo in i Due spicci
Zercocalcare seduto sul divano con l’Armadillo in i Due spicci

Zerocalcare – al secolo Michele Rech – torna, da mercoledì, su Netflix con la sua nuova serie in otto episodi, “Due spicci”.

Dopo “Strappare lungo i bordi” – amara riflessione su una generazione impaludata tra lavori precari, un passato idealizzato e un futuro impossibile da decifrare (e, nei casi più fragili, anche da vivere) – e “Questo mondo non mi renderà cattivo” - in cui il tema della marginalizzazione delle periferie coglie nella disperazione sociale le radici del razzismo –, Zerocalcare si immerge ancora nella sua Rebibbia dove, con l’amico di una vita, Cinghiale, ha aperto un bar, ignorando che il suo socio, nel frattempo, si è infilato in un grosso guaio. Uno di quelli che nemmeno il pragmatismo di Sarah è in grado di sbrogliare, mentre di Secco sembrano essersi perse le tracce …

Come se non bastasse, dal passato ricompare Smeralda, la ragazza di cui un tempo Zero era innamorato, in fuga da un compagno violento e ora ospite, non proprio gradita, a casa sua (il racconto di come questo “cavallo di Troia” si insinui nella quotidianità di Zero è uno dei momenti più esilaranti della serie).

Perché casa (e il divano, soprattutto: isola vitale prima ancora che creativa) è, ancora una volta, il tempio che celebra il culto delle sue stesse manie abitudinarie, eretto sulla gelosa difesa di confini inviolabili, rifugio dagli “accolli”, condiviso soltanto con l’Armadillo, in quello sdoppiamento comico-filosofico che è diventato la cifra più riconoscibile delle sue strisce a fumetti.

Come da titolo, questa nuova avventura, ruota intorno ai soldi tra finzione drammaturgica e squarci di realtà in quel dissidio interiore che Zerocalcare ha sempre esplicitato: il senso di colpa per il successo e per il guadagno con i “disegnetti”, quasi un oltraggio, dal suo punitivo punto di vista, alla cultura antagonista dei centri sociali in cui l’autore è cresciuto, pur raggiungendo un pubblico vastissimo e non necessariamente affine alle sue posizioni.

Proprio grazie alla capacità del fumettista di non imporre come manifesto le sue opere – nutrite come sono di umanità e di riflessioni universali che, anche nello sberleffo più caustico e in quella romanissima sdrammatizzazione al limite di un cinismo autoconservativo –, arrivano al cuore concetti come l’amicizia, la paura e un certo disagio in cui tutti i personaggi, in qualche modo, annaspano.

Zero, per primo, con le sue idiosincrasie, l’attendismo assurto a modello di vita spazzato via, di tanto in tanto, da slanci sinceri per le cause che sposa; Sarah (considerata la più“precisa, ma forse non è così) e la relazione complicata con la sua compagna; Secco con quel suo “martirio” che non si può svelare.

E, infine, Cinghiale: l’amico capace di attraversare le rigide caste adolescenziali, re del sesso ma anche il primo a sistemarsi, novello Kwisatz Haderach (l’eletto di “Dune”) per tutti loro fino al giorno della confessione drammatica che li metterà in pericolo.

Due spicci, come le serie precedenti, è un concentrato di suggestioni, note e ricordi per chi ha, più o meno, l’età di Michele Rech. A cominciare dai brani musicali iconici degli anni Novanta e Duemila mixati alle composizioni del sodale Giancane (è sua la opening song della serie “Non ti riconosco più”), al punk/hardcore spigoloso di gruppi come i Monkeys Factory e i Plakkaggio e alla canzone originale di Coez “Ci vuole una laurea”, perfettamente in armonia con il clima della serie.

E, naturalmente, dall’animazione ipercitazionista puntellata sui vecchi cartoni animati (da “Pollon” a “Lady Oscar” a “I cavalieri dello Zodiaco”), le serie tv (“Il trono di spade”, “Friends”, “Stranger Things”), i film (Zerocalcare è uno spettatore vorace che si muove tra “Titanic”, “La casa”, “Pulp Fiction” e “Dirty Dancing”) e i videogiochi, in quel liquido amniotico che è Rebibbia, in cui i limiti giocano a farsi orizzonti e viceversa.

Come sempre, tra le pieghe di un “semplice” racconto di un gruppo di amici, si fanno strada argomenti seri, urgenti. Il bullismo e la violenza (quella sulle donne, prima di tutto, ma anche quella intesa come culla di un malessere sociale diffuso) che interrogano il subconscio del protagonista (seppellito in botole inaccessibili), e soprattutto il nostro.

E che fa a botte con l’utopica preghiera rivolta in continuazione dalla mamma del protagonista, che gli chiede «solo una cosa»: di essere felice (condizione che innesca sensi di colpa e spalanca interrogativi anche sul senso di una genitorialità, ora ricordata con nostalgia, ora demonizzata).

E, ancora una volta, il fumettista romano riesce a muoversi negli angusti interstizi tra la militanza e l’inevitabile natura commerciale della serie, senza scendere a compromessi ma nemmeno radicalizzarsi, tra la gravità politica del Budapest-Komplex del fumetto “Il nido dei serpenti” (con il tema della galera, caro da sempre a Zerocalcare, che ritorna in tutta la sua infernale dimensione mai così distante dal concetto di redenzione) e l’originaria svagatezza, comica e intimista, degli esordi di cui principio e fine è sempre lui, l’Armadillo, l’unico personaggio non doppiato dal fumettista (la voce è sempre quella dell’attore romano, e sodale di una vita, Valerio Mastandrea, ma l’ultima puntata ha in serbo una sorpresa …).

Un equilibrio perfetto, insomma, grazie al suo autore sempre attento a seguire i contorni. E a strappare lungo i bordi, appunto, con uno struggente riferimento alla prima serie.

 

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