La prima enciclica di Leone XIV: «No alla dittatura dell’algoritmo che decide senza alcuna mediazione»

I pericoli della rivoluzione digitale e la necessità di farsi carico della fragilità dell’individuo di fronte alla potenza della tecnoscienza al centro della Magnifica Humanitas  

Massimiliano Cannata
La presentazione della Magnifica Humanitas in Vaticano
La presentazione della Magnifica Humanitas in Vaticano

«Siamo un desiderio, non un algoritmo», il monito lanciato pochi giorni fa da Papa Leone agli studenti che assiepavano l’aula magna della Sapienza di Roma può considerarsi come la “premessa” della Prima Enciclica Magnifica Humanitas, scritto che apre il sipario su un grande tema del nostro tempo. La tecnologia non è mai una questione per pochi addetti, coinvolge l’uomo in tutte le dimensioni dell’essere. Siamo a un cambiamento d’epoca, nell’età che molti osservatori definiscono del caos, in cui modernità tecnologica e uso primitivo della forza sovente si mescolano in un intreccio pericoloso.

L’attuale Pontefice ha trovato un degno apripista che aveva già lanciato l’allarme: Papa Francesco con Laudato si aveva scosso il mondo. Dobbiamo rimettere l’uomo al centro di un’”economia della cura” aveva detto. Un principio semplice, ma rivoluzionario che basta a capovolgere le logiche del tecno-capitalismo, che ignora i bisogni della collettività, premiando la strategia della conquista. La presenza a “sorpresa” di Francesco al G7 in cui i potenti dibattevano i temi dell’AI aveva segnato una prima svolta. Da quel momento è apparso chiaro ai più che la dottrina sociale non poteva più sottovalutare la tecnologia come potente fattore di trasformazione, perché ormai vive dentro il lavoro e le relazioni interpersonali, modificandone la natura. Leone, il cui nome rivive nel solco di una tradizione che risale alla Rerum Novarum, guarda ora alle questioni di frontiera, preoccupato della dittatura dell’algoritmo che decide senza alcuna mediazione.

 

Si prospetta un grande dilemma etico per le coscienze laiche e cattoliche. La rivoluzione digitale sta, infatti, imponendo una “riconcettualizzazione del sé” determinando un salto qualitativo. La Chiesa come istituzione universale e agenzia di senso si impegna a cogliere la fragilità dell’individuo di fronte alla potenza della tecnoscienza, preoccupandosi del suo destino. Il documento prospetta l’esigenza di un dialogo aperto alle ragioni dell’altro. Lo sguardo di fede, che ispira le pagine ci riporta sulla terra più consapevoli delle sfide che abbiamo di fronte. Leone invita a praticare un’etica della responsabilità collettiva, che deve sporcarsi le mani guardando l’attualità, entrando nella storia per guidare quelle scelte strategiche da cui dipende il futuro di tutti. Esiste una “differenza fondamentale” tra l’individuo e gli artefatti della tecnologia, che risiede nel capitale semantico di cui la “magnifica umanità” è portatrice, un capitale fatto di pensiero riflessivo, creatività, capacità di dare un senso alle cose. Dobbiamo educare queste facoltà, gettando un ponte tra fede e ragione. Solo a queste condizioni il potere della tecno-scienza può essere ricondotto in un orizzonte compatibile con il progresso umano.

 

Nell’era dell’AI, ingombrante icona del presente, viviamo dentro una spazialità inedita: “l’infosfera”, un ibrido di naturale e artificiale, che sollecita una rinegoziazione del patto sociale e delle regole stesse su cui si basa la convivenza. Non è cambiato solo il gioco, è cambiata l’intera scacchiera, servono regole e una cultura adeguata del digitale, altrimenti prevarrà la tracotanza, la “hybris” prometeica, che ci farà soccombere vittime della “volontà macchinica”, che alimenta false promesse di immortalità nella perniciosa cornice deformante del “post umano”.

 

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