Dries Van Noten apre la sua fondazione: «La bellezza di Venezia è la mia casa»
Lo stilista belga apre le porte di Palazzo Pisani Moretta con “The Only True Protest Is Beauty”: abiti di haute couture, designer emergenti, installazioni. E non mancano i conflitti

«Venezia è una nuova parte del mio percorso. Per tutta la mia vita ho lavorato nella moda. Questo è qualcosa di completamente diverso, in una città incredibile. E sono diventato veneziano, abito qui». Dries Van Noten, maglioncino nero legato a mo’ di sciarpa al collo, cammina silenzioso tra le sale di palazzo Pisani Moretta, nuova casa e sede del progetto della Fondazione Van Noten. Lo stilista belga, che ha lasciato il suo marchio nel giugno 2024, ha scelto il palazzo le cui sale hanno affascinato il pubblico di tutto il mondo nelle scene del film The Tourist, oltre che ospitare numerose edizioni del Ballo del Doge. «La fondazione nasce per dare qualcosa indietro. In tempi in cui ChatGpt e l’intelligenza artificiale predominano, bisogna ribadire che la creatività è più importante di quello che c’è sullo schermo di un computer».
“L’unica vera protesta è la bellezza”
Il leitmotiv della fondazione si è tradotto nella sua prima esposizione, “The Only True Protest is Beauty” (L’unica vera protesta è la bellezza, aperta dal 25 aprile fino al 4 ottobre) una citazione tratta dal cantautore e attivista statunitense Phil Ochs. «È nato come titolo di lavoro un anno fa, oggi è ancora più attuale», continua Van Noten, «vogliamo concentrarci sulla bellezza, senza dare risposte ma mettendo alla prova chi entra». Il palazzo, dopo una prima fase di restauri, si apre quindi come uno scrigno ovattato, dove in ogni sala (una ventina tra primo e secondo piano, con 200 opere) gigantografie di Steven Shearer vengono messe a confronto con capi d’archivio di haute couture firmati da Christian Lacroix e Comme des Garçons, sculture e installazioni di artisti contemporanei, ma anche selezioni di giovani designer e stilisti e gioielli di Codognato.

I conflitti del mondo: Hassan porta Gaza
L’effetto è straniante, con una cura del dettaglio estrema. Ma non è solo una questione estetica: tra le sale emergono anche i conflitti e le crisi che affronta il mondo contemporaneo. Ayham Hassan ha 27 anni, è uno stilista palestinese di Ramallah. «Il mio abito racconta la realtà del genocidio», spiega Hassan, «c’è il magenta, il colore di Gaza, dove non posso entrare: un punto di rosso che non puoi non notare, ma nemmeno odiare». Il vestito è fatto di strati su strati, come un manto protettivo. «Cerco di creare bellezza nel mondo violento che mi circonda. Vivo a Londra, ma i miei artigiani sono in Palestina». Gli scontri tra popoli emergono nell’opera di Richard Stipl, che esplora la forma umana nella sezione Skin (pelle): ecco alcuni volti distorti, che rievocano anche la guerra tra Russia e Ucraina.
Le esplorazioni sul vetro
Tra le sale, l’esplorazione dei materiali è continua, con una costante nel vetro. Quello già presente nel palazzo si riflette nelle opere, alcune realizzate appositamente in un dialogo tra designer e Van Noten. La sala tributo, non a caso, è Bending Light (luce che si piega). «Siamo rimasti affascinati da questi lampadari del Settecento, lo abbiamo tradotto in un tavolo minimale», racconta Roberto Beltrame di Wave Murano Glass, «insieme a Dries abbiamo voluto lasciare alcune rigature sul vetro di proposito». Nella stessa sala si confrontano con opere di Tony Cragg e Ritsue Mishima, tutte votate alla trasparenza. In un altro spazio, invece, spuntano fiori iperrealistici – di nuovo in vetro – di Lilla Tabasso. «Voglio trasmettere l’idea di una natura libera e imperfetta», spiega Tabasso, «il mio laboratorio è a Milano, non ho imparato a Murano».

I gioielli (e i materiali riciclati)
Ogni spazio mette in dialogo arti, conoscenze, visioni. I gioielli Codognato sono incastonati tra pizzi, piume, texture. L’artigianato passa dal lusso al riutilizzo di materiali. Anche le opere del belga Peter Buggenhout si basano sul riutilizzo: scarti industriali, sangue, polvere domestica. Elementi che, nell’androne del palazzo, formano la scultura monumentale The Blind Leading The Blind (Il cieco che guida il cieco). Una metafora sulla fragilità di Venezia. Il colore, poi, guida e orienta il visitatore. Rosso, blu, oro, verde acqua, ognuno calibrato sui dipinti e i soffitti affrescati del palazzo. Elementi di design di Ettore Sottsass si confrontano con quelli di emergenti, in una bottega in continua evoluzione. C’è anche chi, come Ann Carrington, piega oggetti di vita quotidiana - forchette, coltelli, cucchiai - costruendo composizioni floreali, nella storica Cappella del palazzo.
Maratona tra le sale
Dialoghi, suggestioni, una maratona tra le sale: per accedere alla mostra, si diventa “amici” della fondazione attraverso il programma “Become a Friend”: una card (da venti euro), con cui si può scegliere lo slot di visita e partecipare alle iniziative (tutti i dettagli sono sul sito fondazionedriesvannoten.org). La bellezza bussa alla porta: non resta che valicare la soglia.
Riproduzione riservata © il Nord Est








